BEATO MATTEO

Frate Minore Vescovo di Agrigento

 

INDICE:

 

 

 

PREFAZIONE.

Il P. Serafino Gozzo, nel suo volume “Studi e ricerche sul Beato Matteo o. f. m.”, a pagina XXXI scrive:  A conclusione di questa premessa, sintesi dei lineamenti certi della figura storica del Protagonista del libro, siamo coscienti di essere ben lontani dal presentare la vita e  tutta l’opera del B. Matteo nel profilo di una monografia completa e perfetta sotto ogni aspetto. Non presumiamo infatti redigere la biografia del Beato, mancando ancora molti elementi necessari allo scopo, specialmente circa la prima parte della sua vita, ma ci limitiamo ad esporre il materiale che ci è stato possibile raccogliere con studio e ricerche che  ci autorizzano a chiamare il risultato delle medesime col titolo di “Studi e ricerche sul B. Matteo d’Agrigento e sulla Provincia serafica del SS. Nome di Gesù in Sicilia…”. Se la conoscenza attuale delle fonti ma consente di scrivere una biografia completa del beato Matteo d’Agrigento, giustamente qualcuno potrebbe chiedersi perché si presenta questo volume con il titolo “Beato Matteo - Frate Minore - Vescovo  di Agrigento”. Senza dubbio, per delineare la Sua figura non è indispensabile fermarsi su tutti i dettagli della sua vita, ma è certo auspicabile che altri ne continuino il lavoro di ricerca. L’obiettivo principale che oggi ci proponiamo di raggiungere è di inserire il B. Matteo nel catalogo dei Santi, insieme a S, Bernardino da Siena, suo maestro, S. Giovanni da Capestrano e S. Giacomo delle Marche, suoi compagni, che sono venerati Santi dall’Ordine dei Frati Minori e dal popolo cristiano. Per raggiungere questo scopo è necessario diffondere la sua conoscenza tra i fedeli quale modello di vita santa, perché si allarghi la schiera di coloro che ricorrano al suo patrocinio ottenendone favori e grazie, e perché venga ripreso il processo della sua canonizzazione. Gli studi e le ricerche del P. Serafico ci faranno da guida nella stesura di questo lavoro. A volte ne riporteremo integralmente interi brani, ma ometteremo le dotte disquisizioni e le dettagliate notizie storiche relative alla Provincia dei Frati Minori di Sicilia, che interessano solo gli specialisti. Però, non possiamo ignorare la determinante influenza personale del Beato Matteo nella crescita e nel potenziamento del movimento della Osservanza in Sicilia, che mette in evidenza l’ardore apostolico e il fervore di vita francescana, di cui sono testimonianza viva i conventi da Lui fondati.

Fatta questa premessa, un accenno a brevi linee, al periodo storico che vide il Beato Matteo come protagonista della vita della Chiesa e dell’Ordine dei Frati Minori di Sicilia. La sua esistenza si svolse tra la fine del secolo XIV e la prima metà del XV. Non conosciamo con esattezza l’anno della nascita e quello della morte, ma gli studi più recenti lo stabiliscono, rispettivamente, nel 1377 e nel 1450. La Chiesa era travagliata dallo scisma d’Occidente, iniziato nel 1378 e terminato nel 1417 con il Concilio di Costanza, e l’elezione a Sommo Pontefice di Martino V. L’Ordine dei Frati Minori costituiva ancora una sola famiglia religiosa finché Leone X, nel 1517, non lo dividerà tra l’Ordine dei Frati Minori Conventuali e Frati Minori Osservanti. Anch’esso al suo interno, aveva subito le conseguenze dello scisma d’Occidente: come sulla cattedra di Pietro si susseguivano contemporaneamente diversi Sommi Pontefici così alla guida dell’Ordine Francescano erano preposti Ministri Generali dell’una o dell’altra parte. L’Ordine riacquistò l’unità di governo nel 1418, nel Capitolo Generale celebrato a Mantova, nel quale venne eletto Ministro Generale P. Antonio da Pereto. La scena politica della Sicilia era dominata dalla Spagna. Vivente il nostro Beato, regnava Alfonso V Re d’Aragona e di Sicilia, detto il Magnanimo, che gli divenne munificio benefattore e intimo amico. Un periodo storico, dunque, molto agitato, nel quale facilmente si veniva coinvolti in posizioni contrapposte. Fedele alla Chiesa e all’Ordine, Egli in ogni circostanza diede prova di una profonda formazione teologica, di una vita religiosa esemplare, di prudenza e coerenza: doti che nelle circostanze più difficili lo fecero arbitro di pace e strumento di equilibrio tra le parti. Dopo questi semplici e modesti accenni, presentiamo il volume che è diviso in tre parti: La prima, dopo i dati anagrafici essenziali e le questioni connesse, si sviluppa la trama della sua opera di riformatore nella famiglia dell’Osservanza. Anzitutto il fatto che segnò profondamente l’esistenza del nostro Beato fu l’incontro e l’amicizia con S. Bernardino da Siena, alla cui scuola imparò la devozione al SS. Nome di Gesù, che divulgò in Sicilia e in Spagna. Gli ultimi venti anni, Egli li dedicò alla espansione e all’organizzazione dell’Osservanza, della quale fu prima Vicario Provinciale e poi Commissario Generale. Per questo meritò la stima del re di Spagna ed ebbe la fiducia del papa Eugenio IV, che lo nominò Visitatore Apostolico di Monasteri e di Provincie religiose e gli affidò il compito di estirpare la piaga della simonia, allora diffusa in Sicilia. Segue la storia della sua elezione a Vescovo di Agrigento e della drammatica rinunzia appena tre anni dopo. Si chiude con gli ultimi avvenimenti della vita, con la descrizione delle sue virtù eroiche e i miracoli compiuti. Nella seconda parte sono riportati documenti, poesie e preghiere. La terza parte presenta le fonti e la bibliografia. Vogliamo augurarci che il presente lavoro venga ben accolto e trovi larga diffusione perché contribuisca ad accrescere la conoscenza e la devozione del Beato Matteo e ne prepari le tappe per la futura canonizzazione.

 

ANNO DI NASCITA.  (tona all'indice)

Cronologi contemporanei, come Pietro Ranzano e Mariano da Firenze, non fanno alcun cenno della data di nascita, altrettanto gli storici che sono seguiti. Un documento, che apre uno spiraglio, è il “Chartularium dello Studio del convento di S. Francesco di Bologna”, scoperto dal P. Celestino Piana o, f. m. e riportato in Analecta Franciscana t. XI, 1970, pag. 278. Esso dà una preziosa informazione: “L’anno 1394 il 30 luglio, tra i religiosi della chiesa di detto convento di S. Francesco in Bologna, si trovava anche fra Matteo de Zizilia”, senza precisare il motivo perché si trovasse nel convento di Bologna. Questa semplice notizia, che potrebbe apparire insignificante, invece dà la chiave per determinare la data di nascita del nostro beato. Nel 1394 Matteo de Zizilia era religioso francescano professo. Poiché per l’ammissione al noviziato, avvenuta nel convento di Agrigento, si richiedevano almeno 15 anni, si deve dedurre che a Bologna avesse non meno di 17 - 18 anni che, detratti dal 1394, portano l’anno di nascita tra il 1376 - 1377. Quasi a conferma di ciò, il P. Cesare Cenci o. f. m. nell’articolo “Storia della Provincia di S. Antonio” di Venezia, Archivium Franciscanum Historicum n. 55 del 1962 a pag. 170 riferendo sul Capitolo conventuale tenuto nel convento di S. Antonio a Padova il 6 febbraio 1405, scrive che fra Matteo si trovava in quel convento dove svolgeva l’ufficio di “Magister professionis”, cioè di direttore spirituale dei neo-professi, dunque era già sacerdote. Queste sue date, 1394 e 1405, ci consentono di determinare, anche se con approssimazione, l’anno di nascita, della professione religiosa e dell’ordinazione sacerdotale. All’obezione se si tratti di lui o di un altro fra Matteo, gli studiosi concordano con argomenti documentati, doversi trattare del B. Matteo d’Agrigento, anche per il fatto che in quel periodo non veniva indicato altro francescano di un certo rilievo con lo stesso nome “fra Matteo de Zezilia”. Anche se non sappiamo con certezza perché i superiori lo mandarono a Bologna nel 1394, i motivi di studio ne giustificano la presenza in quel celebre centro culturale, e l’essere stato mandato a Padova nel 1405 quale direttore spirituale dei giovani frati, testimonia la stima di cui godeva presso i superiori oltre che per la cultura anche per la bontà di vita.

 

COGNOME DEL BEATO.  (tona all'indice)

Non sapendo chi sono stati i genitori del nostro Beato, logicamente ne ignoriamo il cognome. I cronologi P. Antonio Ranzano da Palermo e fr. Mariano da Firenze, coevi del nostro Beato, si limitano a chiamarlo “siculo di Agrigento” ma nulla dicono dei genitori. Il primo a dare una certa indicazione, anche se generica, è il cronologo P. Antonio da Randazzo. Nel manoscritto “Ex historicis relationibus” (Proc. F. 547), scrive di avere appreso che “un vecchio secolare”, cento anni dopo la morte del Beato, aveva detto a fra Bonaventura Sciascia, di Girgenti, dei Minori Osservanti, che fr. Matteo si chiamava come suo nonno, cioè “Sciascia”. Data l’assenza di notizie certe degli storici contemporanei, accurate ricerche sono state compiute negli archivi. Nell’Archivio della Corona di Aragona - A. C. A.- e in altri archivi di Spagna, si conservano numerose lettere, scritte dai reali di Spagna al nostro Beato: in esse è sempre chiamato con l’appellativo della sua città natale, cioè “Agrigentino” o “siculo” cioè di Sicilia.

Più precisi sono i documenti pontifici. Martino V, con la Bolla del 23 aprile 1425, concede a fra Matteo di Sicilia “seu de Gimara vel de Agrigento” di costruire tre conventi dell’Osservanza. Lo stesso Sommo Pontefice nel 1428, in altro documento, lo chiama semplicemente “Matteo d’Agrigento”. Il Papa Eugenio IV l’8 luglio 1435 dà “Al diletto figlio Matteo di Sicilia” il compito di estirpare la simonia dall’Isola; con Bolla del 17 settembre 1442, lo nomina Vescovo di Agrigento chiamandolo “Matthaeus de Gimena”; così come ripete nella lettera del 23 luglio 1445 con la quale accetta la sua rinunzia al Vescovato e gli assegna una pensione: “Matthaeus de Gimena, Ordinis Minorum”. Secondo il Waddingo, (Annales Minorum t. XV, pag. 222, n. XXVIII) il Papa Alessandro VI in un diploma del 1499 dichiara: “I due conventi di S. Nicola di Agrigento, e di S. Anna nella città di Giuliana, nella diocesi di Agrigento, molti anni fa erano stati costruiti ad opera di fr. Matteo de Gallo Agrigentino, che noi dicemmo cognominato diversamente”. Il primo storico che ci tramanda il cognome del nostro Beato è Rocco Pirro il quale, in “Sicilia Sacra” Palermo 1638, lib. 3, pag. 305, ed. 3°, 1733 t. I, pag. 714, afferma: “Il XXXIX Vescovo di Agrigento è il Beato Matteo III de Gimmara”. Dopo R. Pirro, il P. Filippo Cagliola o.f.m. Conv., in “Manifestaziones almae Siciliae Provinciae” Venezia 1644, modifica “Gimmara” in “Matthaeo Giummarra de Agrigento”. Quattro anni dopo il P. Luca Waddingo, in “Annales Minorum” 1468, t. V, n. X, pag. 187 introduce due forme diverse, in un testo scrive: “fra Matteo Siculo, di gente spagnola, di famiglia Cimarra nato ad Agrigento”; in un altro testo cioè nella Bolla di nomina a Vescovo lo chiama semplicemente “cognomine Cimena” (Waddingo t. V. n. XV = ed. nova t. X, n. 160 = XV pag. 193). Nel 1656 il P. Bonavwntura da faggiano, scrive che ”Matteo,  compagno di S. Bernardino, per nazione era spagnuolo, per la famiglia Cimarra, ma nato in Sicilia ad Agrigento”. (in Mirabila minorica Provinciae S. Nicolai etc., Bari 1656, parte 2, cap. 7, n. 13). Il Tognoletto, nel “Paradiso Serafico” Palermo 1667 (lib. I, pag. 28), intitola il capitolo: “Vita del Beato Matteo Gallo da Giorgenti”, e riferendosi ai genitori afferma “da parenti spagnoli della casata o prosapia detta Cimarra o Cimena” e aggiunge altri tre cognomi, che dice di avere appreso in questa maniera:

-     il primo dal laico fr. Bonaventura di Girgenti, secondo fondatore e primo custode di questa Provincia Riformata, il quale diceva che fr. Matteo era del suo stesso cognome: “Sciascia”;

-     il secondo dalla tradizione dei vecchi riferita da P. Antonio da Randazzo, la quale affermava fra Matteo si sarebbe chiamato Limbeni;

-     il terzo Gallo appreso dal Waddingo.

L’ultima novità viene proposta dal P. Vincente Martines Colomer il quale, nell’Historia della Provincia franciscana de Valencia a pag. 18, scrive che il cognome di questo santo religioso fra Matteo è “Guimera”.

Cosi il nostro Beato viene chiamato con nove cognomi diversi: 1° de Gimena, 2° Gimarra, 4° Giummarra, 5° Cimena, 6°  Guimera, 7° Sciascia, 8° Limbeni, 6° Gallo. Quali di questi è il vero? I primi sei, rivelano la stessa radice, anche se la loro grafia può essere stata alterata in successive trascrizioni. Gli altri tre, sono talmente diversi da non potersi trovare spiegazione, anche perché non si indica da quale fonte siano stati presi. Da notare che i documenti pontifici, molto precisi, ne indicano solo due: “de Gimena” e “Gallo”. Il P. Serafino Gozzo ritiene che “de Gimena” e tutti gli altri da esso derivati, non indichi un cognome ma un luogo. Si tratterebbe di una contrada secondaria nei pressi di Agrigento, in seguito assorbita dal  capoluogo e della quale non esistono più neppure le vestigia. In essa sembra sia nato il nostro Beato. Come cognome non resta che “Gallo”, accettato da J. Rubiò e già preferito dal Waddingo e dal Tognoletto. Volendo evitare al lettore disquisizioni, che alla fine non risolvono il problema, rimandiamo a chi vuole saperne di più alla lettura del capitolo del libro “Studi e ricerche sul Beato Matteo O. F. M.” del P. Serafino Gozzo, pag. 11 e seguenti.

 

I GENITORI DEL BEATO MATTEO ERANO ORIUNDI DALLA SPAGNA?  (tona all'indice)

Il primo storico, a scrivere che il B. Matteo sia di origine spagnola, è stato nel 1648 il P. Luca Waddingo, il quale afferma che: “B. Matthaeus est siculus, gente hispana, familia Cimarra, Agrigento natus…” (Annales… t. 10, n. 118=XI, p. 138). Segue il P. Pietro Tognoletto da Palermo che nel 1667, scrive: “Fu il Beato Matteo della magnifica città di Girgenti… da parenti spagnoli della casata o prosapia Cimarra o Cinema (Paradiso Serafico… parte I, lib. 1, pag. 18). Nel leggendario Francescano del P. Benedetto Mazzara, 1676 parte Ia, al giorno 7 gennaio, è detto che il Beato, “sebbene nacque nella città di Girgenti nell’isola di Sicilia, fu nondimeno il suo padre spagnuolo della nobile famigliaCimarra o Cimena”. Anche Picone nelle sue “Memorie storiche di Girgenti”, a pag.632 e n. 5, afferma che fr. Matteo “girgentino…, cognominato da taluni Gimarra e da altri Limbeni, Gallo o Sciascia, è oriundo di famiglia spagnuola”. Il documento “religiosos illustres” dell’Archivio della Provincia serafica di Valenza, a pag. 35, tra due linee del testo più antico, parla di fr. Matteo Gimarra, e presenta questa aggiunta: “B. Matteo Guimerà o de Agrigento naciò en Sicilia, però de padres espafioles y appelido Valenciano. Sospechamos lo hijo de una de las familias valencianas que acompafiarono D. Alfonso V a Napoles. Esto nos esplicaria majos et porquè de la venida j larga esyancia de Fr. Matteo a Valencia”. Questa affermazione, però, non trova alcun riscontro in nessun documento spagnolo né in quelli pontifici né tanto meno nei cronologi contemporanei del B. Matteo. Dai documenti esistenti nell’Archivio della Corona di Aragona-Valencia risulta che i Sovrani mai rivendicarono l’origine spagnola del Beato, né si può sostenere la sua origine valenciana per il semplice fatto che quando Alfonso V andò a Napoli Egli era già nato da 20 anni. Il P. Pietro Ranzano, coevo del B. Matteo, espressamente lo dice “agrigentino” (Annales omnium temporum” Ms. del sec. XV, voll. sette, in fol. Biblioteca Comunale di Palermo 3 Oq C 54-60; Proc. f. 516, sum. n. 2, pag. 2).

Lo storico francescano Fra Mariano da Firenze, anche lui contemporaneo del B. Matteo, lo presenta come “de Girgento Insulae Siciliane” (Compendium Chronicarum Fratrum Minorum AFH, III, 1910, 70). Anche S. Giacomo delle Marche, che fu suo compagno di apostolato insieme a S. Bernardino da Siena, lo chiama “Macteo de Cicilia” (cfr. R. Lioi. Sermones Dominicales… vol. III, pag. 425). Le affermazioni del Waddingo, del Tognoletto e del Picone, riguardanti il B. Matteo come oriundo da genitori spagnoli, sono prive di documentazione e detti autori le riferiscono senza provarle. Tutti gli storici e i liturgisti posteriori riferiscono che il B. Matteo “siculus erat natione” cioè “era per nazionalità siculo”. Si può concludere che i critici, interessati a questo argomento, non hanno prestato fede all’affermazione che il B. Matteo fosse nato da genitori spagnoli, considerandola come priva di fondamento.

 

FRATE MINORE.  (tona all'indice)

Il Tognoletto, al cap. I del “Paradiso Serafico” scrive: “ e benché non abbia potuto sin da ora avere la certezza dei suoi genitori, dico però per la riuscita del loro figliolo che siano state persone di buonissima condizione e timorati di Dio, poiché lo educarono con ottimi costumi e lo esercitarono nelle virtù, mandandolo alla scuola di grammatica e altre scienze, per cui giunto a conveniente età, fu dal Signore chiamato allo stato di perfezione e vestì l’abito del Serafico Padre S. Francesco, nel convento di Agrigento, sua città natale, detto di S. Francesco dei Conventuali; poiché non vi era allora alcun convento appartenente all’”Osservanza”. Ivi finito il noviziato, fece la professione. Dopo la quale conosciuta dai frati la sua bontà, acutezza di ingegno e buoni costumi, lo mandarono in Spagna, dove in quei tempi fioriva lo studio delle lettere presso i Padri Conventuali, affinché vi studiasse. E infatti con tanto affetto e diligenza attese agli studi di Filosofia e Teologia, che in breve fu annoverato tra i maestri.

Però non tralasciò di attendere all’acquisto della vera e soda perfezione e alla pura osservanza della sua professata Regola. Finalmente ordinato sacerdote, sentita la fama che correva per tutto il mondo del glorioso Padre Bernardino da Siena, il quale andava predicando per l’Italia con grande vantaggio delle anime, e la santità dei primi frati dell’Osservanza, all’esempio di questi si commosse il buon maestro e santo fra Matteo da passare in Italia e domandare di essere ricevuto fra essi, il che facilmente ottenne, anzi il glorioso San Bernardino, conosciuta la sua dottrina e zelo delle anime, lo prese per suo compagno e discepolo. Così avvenne il passaggio dei Conventuali all’Osservanza del beato Matteo, la qual cosa a me sembra la più conforme alla verità”. Però lo stesso Tognoletto alla fine del capitolo dà un'altra versione, scrivendo: “che essendo stato mandato dai parenti a studiare in Spagna, intesa ivi la santità dei frati Osservanti passò in Italia, dove alla provincia di Siena, l’anno 1404, oggi detta provincia Toscana, fu vestito dall’abito francescano dei frati Osservanti, e fatta la professione, dato che già aveva studiato la Filosofia incominciò lo studio della teologia, e in breve divenne bravo predicatore e si unì nell’apostolato con S. Bernardino, separandosi solo da lui quando l’ubbidienza lo costringeva e l’ufficio di predicatore lo richiedeva, Anche questa narrazione ha del verosimile, ma a me sembra più vera la prima versione”. Questa duplice versione del Tognoletto della vita religiosa del nostro Matteo ha bisogno di alcune precisazioni. Non avendo notizie certe dei suoi genitori, non si riesce a comprendere come si possa affermare ch’essi si siano interessati ad inviarlo in Spagna per studiare, a meno che si voglia seguire la tesi della loro origine spagnola: ma è stato dimostrato che Matteo era nato ad Agrigento e da genitori agrigentini. Non si può ritenere vera l’affermazione che il Beato Matteo si sia vestito nel 1404 dell’abito francescano dei frati Osservanti di Siena, perché nel 1394 egli era a Bologna già religioso professo, come dimostrato dal documento ritrovato da P. Celestino Piana. Quindi la seconda versione data dal Tognoletto va scartata, del resto lo stesso autore la giudica “verisimile” e accettata come vera la prima versione. Ma anche riguardo alla prima versione è necessario fare qualche puntualizzazione.

Egli afferma: Fra Matteo entrò nel convento dei Frati Minori Conventuali di Agrigento, venne poi mandato in Spagna per completare gli studi e lì ordinato sacerdote. Raggiunto dalla fama della predicazione e della vita santa di S. Bernardino da Siena, ritornò in Italia, ne divenne discepolo, passò dai frati Conventuali ai frati dell’Osservanza. Effettivamente, ad Agrigento c’era un solo convento, quello di S. Francesco, costruito nel 1307 a seguito della donazione di una grande casa fatta da Manfredi di Chiaramente, abitato dai Frati Minori Conventuali, ma i Frati Minori Osservanti anche se non ad Agrigento erano presenti in molte località della Sicilia, nella quale il movimento dell’Osservanza era iniziato fin dal 1250, come del resto in tutta Italia. Fra Matteo prima del noviziato aveva superato i corsi di “grammatica e altre scienze”, dai Superiori, che ne apprezzavano le qualità morali e ne vedevano le capacità, venne inviato a completare gli studi in Spagna, dalla quale allora la Sicilia dipendeva. Non sappiamo a quale età era entrato nell’Ordine. Il Tognoletto dice: “per cui giunto a conveniente età, fu chiamato dal Signore allo stato di perfezione e vestì l’abito di S. Francesco nel convento di Agrigento”. L’età conveniente deve essere quella stabilita dalle leggi ecclesiastiche per l’ammissione al noviziato, dai 15 anni in su. Ch’Egli sia entrato effettivamente a 15 o 16 anni lo si deduce indirettamente, come abbiamo già visto, dal trovarsi a Bologna nel 1394, tra i frati professi. L’ordinazione sacerdotale deve averla ricevuta a 24 anni, nel 1400, in Spagna: lo si deduce da un documento dell’Archivio Municipale di Tarragona che afferma che Fra Matteo lo stesso anno 1400 vi tenne una predicazione di quattro giorni. Nel 1405 era a Padova, “Magister Professionis”, ufficio che si affida ai sacerdoti. Da queste tre date, si è cercato di risalire agli altri avvenimenti della sua vita. Ma da quanto abbiamo scritto finora, si comprende come questa prima parte della biografia del beato, nell’attesa di nuove scoperte di documenti, attraverso studi e ricerche, può determinarsi solo per approssimazione. Ma, un nuovo periodo si apre nella sua vita, ricco di fecondo apostolato e di frutti di santità. Dopo una lunga permanenza a Padova, ritorna in Spagna, dove rimane fino al 1417, anno in cui venuto a conoscenza dell’attività di S. Bernardino da Siena per riportare l’Ordine dei Frati Minori ad una più fedele osservanza della Regola, ritorna in Italia e passa dalla comunità dei Conventuali alla famiglia dell’Osservanza.

 

L’INCONTRO CON S. BERNARDINO:  (tona all'indice)

Il primo incontro con S. Bernardino avvenne verso la fine del 1417 e l’inizio del 1418, non si conosce il luogo. In quell’occasione, Matteo decise di passare all’Osservanza. La fama di santità, il programma di vita francescana di S. Bernardino insieme al suo convinto impegno di riportare l’Ordine allo spirito del Serafico Padre, valendosi della predicazione della devozione al SS. Nome di Gesù,. dinanzi al quale ogni umana potenza crolla, avevano affascinato Matteo. Negli anni seguenti dal 1418 al 1425 gli incontri con S. Bernardino si moltiplicarono; si suppone che, almeno alcuni, siano avvenuti a Roma. Il programma missionario di S. Bernardino si proponeva due obiettivi: diffondere e rafforzare il movimento dell’Osservanza, predicare la devozione al SS. Nome di Gesù per rinnovare le coscienze. Alcuni documenti pontifici confermano che, in questo apostolato, egli ebbe come compagni due anime grandi: S. Giovanni da Capestrano e il Beato Matteo da Agrigento. Per tutti e tre, il problema essenziale non era tanto la questione della povertà, ma la fedeltà alla Regola come l’aveva voluta e vissuta il Padre S. Francesco. Di ostacoli e di contrasti n’ebbero molti, da parte di confratelli e di avversari. Poiché per le esigenze dell’apostolato dovevano operare in luoghi e diocesi diverse chiesero al Papa Martino V la speciale facoltà di poter predicare e ascoltare dovunque le confessioni dei fedeli, senza dover ricorrere ai singoli Vescovi. L’amicizia con il Conte di Urbino, Guido Antonio di Montefeltro, nipote del papa, favorì la concessione delle facoltà, ottenuta con breve del 18 maggio 1425. Un fatto increscioso sembrò fermare il fervore e la fecondità dell’apostolato dei tre missionari: S. Bernardino, alla fine della quaresima predicata a Viterbo nel 1426, venne accusato di eresia per il suo modo di rappresentare il SS. Nome di Gesù. In sua difesa accorsero a Roma Fr. Giovanni da Capestrano e Fr. Matteo d’Agrigento. Purtroppo, non ci sono pervenuti i testi dei discorsi da essi pronunziati a favore del loro Maestro dinanzi al Papa Martino V, ma conosciamo l’autodifesa pronunciata da S. Bernardino, contro i 52 Domenicani e i 10 Eremitani di S. Agostino.

La conclusione del processo lasciò delusi gli accusatori i quali, a parte l’evidente inconsistenza se non la falsità dei loro argomenti, non furono neppure ascoltati tutti.

La sentenza del papa fu di assoluzione per S. Bernardino e di approvazione della devozione del SS. Nome e segnò l’inizio del trionfo del SS. Nome. Lo stesso Sommo Pontefice ordinò di celebrarlo a Roma con una sfarzosa processione guidata da S. Giovanni da Capestrano che portava lo stendardo, alla quale prese parte Lui stesso insieme alla corte pontificia. In seguito con la Bolla del 14 aprile 1447 “Universalis Ecclesia Regimini” di Nicolò V°, fu istituita la festa del SS. Nome da celebrarsi la seconda domenica dopo l’Epifania. Nel 1530 da Clemente VII, dietro istanza dell’Imperatore Carlo V°, questa festa fu estesa alla Chiesa Universale.

 

IL BEATO MATTEO E L’OSSERVANZA IN SICILIA  (tona all'indice)

L’”Osservanza” era un movimento nato in seno all’Ordine dei Frati Minori, che si proponeva di seguire fedelmente la Regola senza dispense e secondo lo spirito del Serafico Patriarca S. Francesco. In Italia l’Osservanza sorge in Umbria nel 1334, ma il vero sviluppo si ebbe ad opera del nobile laico Paolo Trinci e del Papa Clemente VI, nel 1350 che mise il movimento sotto la sua diretta protezione. In Sicilia, nel 1360, il P. Michele da Piazza Armerina, costruì nella sua città il primo “tugurio” (=casa), così venivano chiamati i primi conventi dei frati osservanti, ad un Kilometro dal paese.

Detto Padre era un bravo filosofo e teologo, carissimo al Re Federico III, per ordine del quale aveva scritto le gesta dei Re di Sicilia, dalla morte di Federico II, sino al 1362. (Amico, Dizionario Topografico della Sicilia, alla voce Piazza).

Dopo furono costruiti altri quattro “tuguri dell’Osservanza” uno a Ferla fondato da P. Antonio Milone, l’altro a Modica dal B. Giovanni Schifitto, un terzo a Catania e un quarto a Nicosia. Da notare che questi “tuguri”, erano dedicati a “S. Maria di Gesù”. Da queste notizie risulta che l’Osservanza esisteva prima che il B. Matteo iniziasse la sua opera di diffusione in Sicilia, e che non è stato il nostro Beato il primo a dedicare a S. Maria di Gesù i vari conventi, ma che già, come si è detto sopra, i primi Frati Osservanti avevano usato questo titolo per i loro “tuguri”. Quando il B. Matteo passò dai frati Conventuali all’Osservanza era nel pieno vigore delle sue energie, temprato nella pratica delle virtù, ricco di un patrimonio culturale e religioso, soprattutto di una grande esperienza umana e religiosa, per cui al seguito di Bernardino da Siena non gli fu difficile progredire.

La più antica testimonianza storica che ci porta a tale conclusione è la lettera spedita da Castroreale di Napoli del 16 novembre 1421, con la quale il Re Alfonso V, premurosamente interessandosi degli Osservanti di Sicilia, comanda: “volumus et jubemus ai Diletti Consiglieri e Viceré del Regno di Sicilia di opporsi e impedire in qualunque modo chiunque volesse ostacolare i frati dell’Ordine del beato Francesco che, mossi da zelo di devozione ed eccitati da spirito angelico, con tutto il loro animo e la loro mente hanno deciso, per la salvezza delle loro anime, di osservare la prima regola del medesimo S. Francesco, e, per meglio mettere in pratica le predette cose, vogliono e intendono scegliere un luogo abile e idoneo al loro scopo nel Regno di Sicilia e costruire un monastero, o monasteri, e altre case per osservare la detta regola secondo la disposizione apostolica loro concessa”.

Questo documento ci conferma che il nostro fra Matteo sin dal 1418 viveva unicamente per l’ideale dell’Osservanza, che vuole propagare e fare amare da tutti. Difatti è chiaro che anche il Re, dietro suggerimento del B. Matteo, comanda e vuole di:

1)   non permettere a nessuno di ostacolare il programma di vita degli Osservanti, che erano spesso combattuti dai Conventuali:

2)   proteggere e sostenere i medesimi frati con aiuto, consiglio e favori;

3)   costruire in Sicilia per tali frati uno o più conventi.

I suddetti elementi, insieme alla data della lettera, 16 novembre 1421, costituiscono l’irrefragabile argomento probante, con tutta certezza, che il movimento degli Osservanti era presente in Sicilia, in numero considerevole, da molto tempo prima del 1421. Senza alcun dubbio si può anche affermare che l’animatore di quel numero considerevole di Osservanti in Sicilia dopo il 1421 sia stato il nostro Beato e che il Re Alfonso V, grande amico di fra Matteo, scrisse quella lettera. Questa convinzione è fondata dal fatto che l’amichevole familiarità accordata da Alfonso V e dalla Regina Maria a fra Matteo abbia la sua radice nel secondo periodo della dimora spagnola del nostro Beato, periodo concluso dopo il 27 novembre del 1417, col suo ritorno in patria, per incontrare S. Bernardino. Dalla lettera del Re Alfonso si deduce anche che gli Osservanti in Sicilia dovevano soffrire una dura lotta venendo ostacolati dai frati Conventuali, sino al punto di non poter fondare conventi per osservare il loro sublime ideale. L’intervento del Re, sicuramente per merito di fra Matteo, permise di fare cessare gli ostacoli contro i frati Osservanti e potere costruire conventi.

È in questo periodo, 1418-21, che fra Matteo intraprende la campagna contro il lassismo, diventa il più fervente propagatore dell’Osservanza in Sicilia e dà inizio alla Provincia Sicula dei Frati Minori Osservanti. Una Vicaria autonoma, con il proprio Vicario Provinciale, viene intuita, difatti, tra gli anni 1415-21.

 

IL BEATO MATTEO IN SICILIA – LA DEVOZIONE AL SS. NOME DI GESÙ:  (tona all'indice)

Tornato in Italia dalla Spagna, fra Matteo segue S. Bernardino e si fa apostolo della devozione al SS. Nome di Gesù che diffonde secondo le indicazioni del Senese e il metodo della predicazione popolare. Il Tognoletto, ripetute volte, afferma che S. Bernardino è il maestro e compagno di fra Matteo, con preciso riferimento alla devozione del SS. Nome di Gesù, definendolo “una grande tromba del sacratissimo Nome di Gesù”. L’efficacia della sua predicazione è frutto delle sue virtù eroicamente praticate, della santità della sua vita e della sua vasta e profonda scienza sacra. Per queste molteplici doti naturali e soprannaturali, negli elenchi dei predicatori, compagni del Senese, egli è collocato sempre, se non al primo posto, tra i primi dopo il Maestro. Il popolo in Italia, in Sicilia, nella Spagna, accorreva ad ascoltarlo, attratto dalla sua fama di apostolo, di uomo santo, non meno che dalla soavità e facondia della sua oratoria con la quale riusciva ad incantare le folle che si sentivano fortunate di poterlo ascoltare e saziarsi della parola di vita, profusa generosamente dal suo cuore apostolico. Commuoveva anche i cuori più duri, inducendoli al pentimento, alla conversione e all’amore di Dio e del prossimo. Nella predicazione il B. Matteo, con insistenza e grande entusiasmo, si batteva per fare conoscere la virtù del SS. Nome di Gesù e la forma della vita evangelica. Diveniva spesso oggetto d’invidia e di persecuzione da parte di quanti che, rilassati nei costumi, volevano ad ogni costo fermare un simile apostolato. Matteo, divulgava il monogramma “I H S”, ornato di raggi, lo mostrava al popolo, dopo la predicazione, lo faceva disegnare sui vestiti e scolpire sulle mura delle case. La diffusione del monogramma, gli procurò sofferenza, calunnie e accuse in Italia, in Sicilia, nella Spagna, la maggior parte delle quali erano identiche a quelle ch’erano state rivolte contro S. Bernardino. Si riferivano, in particolare, ai fatti specifici, relativi alla devozione del SS. Nome. Tra le varie accuse vi erano le seguenti: che avesse obbligato gli “Jesuari”, così erano chiamati coloro che diffondevano il monogramma del SS. Nome, di farlo dipingere sui vestiti o scolpirlo sulle case, pena la derisione e anche la persecuzione se non l’avessero fatto; che avesse fatto mettere tra le braccia della Madonna al posto di Gesù Bambino un cerchio circondato da raggi, nel quale era scritto il SS. Nome; ch’egli, fra Matteo, sarebbe il primo dei quattro “evangelisti” scelti da S. Bernardino dal numero di 14 discepoli; di avere sobillato il popolo di Napoli contro il Vescovo, che aveva proibito la processione, già programmata; e, infine, l’accusa più pesante, avrebbe minacciato di morte chi non avesse fatta pubblica professione di fede nel Nome di Gesù o si fosse rifiutato di dire “Vivat bonus Jesus”.

Le accuse apparvero infondate e subito smentite. È assurdo pensare che il Beato, che sempre univa il Nome di Maria a quello di Gesù, e ne sono prova i conventi da lui fondati e denominati “Santa Maria di Gesù”, avesse voluto sostituire Gesù Bambino nella immagine della Madonna con un simbolo, quasi fosse seguace della dottrina eretica dei Manichei, che negavano la realtà fisica del Corpo di Gesù. Che S. Bernardino avesse nominato fra Matteo uno dei quattro “evangelisti” è destituito d’ogni fondamento, del resto non se ne trova traccia in alcun documento. Per la sobillazione contro il Vescovo di Napoli, non vi erano prove che il fatto fosse avvenuto e che fra Matteo fosse stato per questo motivo punito. Riguardo all’ultima accusa si può solo dire: poteva darsi il caso di qualche fanatico estremista il quale pretendesse dai non “Jesuari” che gridassero “Viva il Buon Gesù”, minacciandoli di persecuzione o addirittura di morte. Ma ciò sicuramente all’insaputa del nostro Beato. La realtà è nel fatto che avendo la fama della santità di fra Matteo conquistato il popolo e la devozione al SS. Nome di Gesù prodotto grandi frutti, gli avversari cercavano di demolire il bene fatto ripetendo le stesse infami accuse, che erano state rivolte a San Bernardino, e delle quali era stato riconosciuto innocente dal Papa.

 

I CONVENTI FONDATI DAL BEATO MATTEO  (tona all'indice)

L’Ordine dei frati Minori in Sicilia nel secolo XIV come si è detto, era diviso in Comunità dei Conventuali e in Famiglie degli Osservanti, sotto l’unica giurisdizione dello stesso Ministro Provinciale. Quando gli Osservanti crebbero di numero ed ebbero diversi conventi, furono costituiti in Vicaria, la quale, pur facendo parte della stessa Provincia e alle dipendenze dell’unico Ministro Provinciale, aveva tuttavia, un Vicario Provinciale dal quale dipendeva e al quale gli Osservanti dovevano ubbidire. Il primo Vicario Provinciale fu fra Giovanni da Messina, ma non si sa quando sia stato nominato e per quanto tempo sia rimasto in carica. Si può affermare con certezza che molto prima della venuta del B. Matteo, in Sicilia esisteva la famiglia degli Osservanti, in continua crescita e con il proprio Vicario Provinciale. È in questa fase che s’inserisce il B. Matteo, il cui intervento fu provvidenziale sia per affrontare e risolvere la crisi dei conventi, pochi e non rispondenti alla grande affluenza di vocazioni, sia per sostenere la famiglia degli Osservanti, alla quale la Comunità dei Conventuali rendevano la vita particolarmente difficile. Con l’eroica pazienza e con la fermezza che lo distinguevano, valendosi anche, insieme alle doti naturali e religiose, dell’amicizia con il Re Alfonso V di Spagna, trovò facilmente la via per edificare nuovi conventi, per rafforzare la promettente Vicaria, per organizzare la formazione delle numerose vocazioni, per rendere gli Osservanti sempre più liberi e più autonomi dalle esigenze dei Conventuali. Gli anni tra il 1421 e il 1442 segnano una vera rifioritura per l’Osservanza in Sicilia. Il Beato Matteo, ch’era successo a fra Giovanni da Messina quale Vicario provinciale dell’Osservanza, se prima come semplice religioso ne aveva sostenuto e propagandato il movimento, ora nella qualità di Vicario poté interessarsene più fattivamente ed efficacemente. Il problema più serio si rivelò quello della mancanza di conventi. Grazie alla benevolenza del Papa Martino V, all’intervento del Re Alfonso e della Regina Maria e all’aiuto di tanti benefattori, nel giro di un decennio riuscì a dare sviluppo e a consolidare la Vicaria.

Determinante in tal senso fu, soprattutto, l’intervento del Papa Martino V. II 23 aprile 1425 con bolla pontificia, autorizzava fra Matteo ad accettare tre luoghi, ad uso dei Frati Minori Osservanti.

In essa il Papa, oltre alla fondazione dei tre conventi e alla estensione dei privilegi ai conventi degli Osservanti già esistenti, concede per tutti l’esenzione dai Vescovi.

Con una seconda lettera del 7 maggio 1425, appena quindici giorni dopo la precedente concessione, accoglieva la supplica presentatagli da fra Matteo, il quale aveva chiesto:

-     di predicare ovunque la Parola di Dio, nonostante le disposizioni in contrario;

-     per se e per i confratelli, di ascoltare le confessioni e di assolvere i fedeli anche dai peccati riservati ai Vescovi, senza licenza dei medesimi;

-     di fondare tre conventi, in qualsiasi parte del mondo.

Egli dà subito attuazione al decreto Pontificio con la fondazione dei conventi di Messina, Palermo e Agrigento.

Successivamente, nel 1427, per interessamento del Re di Spagna, dal Cardinale Pietro de Fusco o de Foix, ottenne licenza di costruire altri cinque conventi.

I conventi in ordine di tempo, fondati dal B. Matteo sono:

1.   Convento S. Maria di Gesù, a Messina nel 1425;

2.   Convento S. Maria di Gesù, a Palermo nel 1426;

3.   Convento S. Nicola ad Agrigento nel 1426;

4.   Convento S. Maria di Gesù, a Cammarata nel 1428;

5.   Convento S. Maria di Gesù, a Siracusa nel 1429-31;

6.   Convento S. Vito ad Agrigento nel 1432;

7.   Convento S. Maria di Gesù, a Caltagirone nel 1432;

Oltre a questi conventi fondati ex novo, furono ristrutturati dal B. Matteo vecchi conventi costruiti dai primi frati che aderirono al movimento dell’Osservanza. Quanti e quali siano tali conventi ristrutturati non si hanno notizie.

Solo da un documento del 18 ottobre 1432, si viene a conoscenza che il Re Alfonso V° ordina agli amministratori della “Terra di Sciacca” di non ostacolare fra Matteo nell’opera di ristrutturazione del convento di Sciacca, fondato nel 1224, vivente ancora S. Francesco.

Alcuni storici deducono che la Provincia dei Frati Minori di Sicilia abbia assunto il titolo del SS Nome di Gesù, fondamentalmente per la devozione del B. Matteo al SS. Nome e alla Madonna, ma non vi è alcun documento che lo confermi. Probabilmente fu determinante la predicazione della devozione del SS. Nome da parte di S. Bernardino e, ancora di più, in Sicilia, dal B. Matteo.

Dei sette conventi, sicuramente fondati dal Beato Matteo, si fa una breve descrizione, soffermandoci solo sull’occasione, sui motivi e sui mezzi con cui sono stati fondati.

 

CONVENTO DI S. MARIA DI GESÙ DI MESSINA  (tona all'indice)

L’occasione, CHE MOSSE I Messinesi alla donazione di un convento al B. Matteo, fu la gratitudine per la predicazione della quaresima tenuta nella loro città, durante l’anno 1424, con grande bene delle anime.

A Messina fin dal 1418 esisteva un convento dei Frati Minori, la cui fondazione alcuni storici avevano attribuito al B. Matteo, ma un confronto con le date della sua vita, fa ritenere ciò impossibile in quanto in quell’anno egli non era in Sicilia.

I Messinesi, invece, avevano offerto nel 1418 ai Frati Minori un vecchio monastero costruito dai Carmelitani e da costoro successivamente dato alle Monache Cistercensi, le quali, a loro volta, lo cedettero ai Frati Minori. Si trovava nel canale S. Michele, a un silometro dalla città, dedicato alla Madonna del Monte Carmelo; dai Frati Minori fu chiamato “S. Maria di Gesù”.

I Messinesi, poiché desideravano che i frati fossero più vicini all’abitato, donarono al B. Matteo un luogo più vicino alla città e, a spese dei fedeli, fu costruito un nuovo convento, dedicato a S. Maria di Gesù detto inferiore, per distinguerlo dall’altro fuori la città in alto, chiamato S. Maria di Gesù superiore.

Il convento, dopo la morte del Beato, fu ingrandito e poteva ospitare sino a 50 frati.

La chiesa fu rifatta a tre navate con 20 altari e lunga circa 50 metri. Entrambi, dal terremoto del 28 dicembre 1908, furono distrutti e non furono più ricostruiti.

L’attuale convento e la chiesa, col titolo di S. Maria di Gesù, furono costruiti nel 1929, in un posto diverso da quello dove erano i precedenti.

 

CONVENTO DI S. MARIA DI GESÙ DI PALERMO  (tona all'indice)

I palermitani nel 1426 avevano invitato il B. Matteo a predicare la quaresima nella loro città.

I fedeli, rimasti edificati e ammirati per la santità di vita di fra Matteo e infervorati dalla sua predicazione, gli espressero il desiderio di volere fondare a loro spese un convento per i Frati Minori Osservanti.

Il Beato accettò l’offerta, ma non voleva che fosse edificato dentro la città, ma fuori le mura “per la quiete dei frati e la comodità di attendere alla santa orazione e contemplazione”.

Dopo una notte di preghiera, fra Matteo propose ai palermitani di scegliere il luogo “là dove andasse il suo asinello a riposare”.

Il Gonzaga e altri storici, riferiscono che nel giorno stabilito, “l’asinello, seguito da molti palermitani e da fra Matteo, tirò diritto fuori della città per fermarsi al “secondo lapide”, cioè a circa due chilometri dalla città, alle falde del monte Grifone”. Ivi, nel terreno di proprietà “del buon uomo chiamato Antonio e di sua moglie Betta di cognome Mirabili”, con atto redatto il 2 aprile 1426 presso il Notaio Antonio Candela, si stabilì la fondazione del nuovo convento.

I lavori per la costruzione, tutti a spese pubbliche per disposizione del Senato, iniziarono immediatamente, ma furono completati in varie riprese: una prima parte, completata verso l’anno 1427, è costituita dal pian terreno, con i quattro lati del chiostro, con le colonne tozze, ma suggestive per la loro veneranda età; la seconda parte riguarda il secondo piano costruito nel 1587 da S. Benedetto da S. Fratello.

La chiesa, costruita piccola di dimensione, ebbe un notevole ingrandimento, con l’aggiunta della cappella funeraria di Gaspare Bonetti, che aveva un muro in comune con la chiesa.

Altri lavori nei secoli successivi hanno prodotto diverse modifiche, qui non riportate in quanto non furono eseguite durante la vita del nostro Beato.

 

CONVENTO DI S. NICOLA E S. VITO AD AGRIGENTO  (tona all'indice)

Agrigento, città natale del B. Matteo, ha avuto il privilegio di avere due conventi fondati dal nostro Beato. Quello di S. Nicola fuori la città, fondato nel 1426, e l’altro quello di S. Vito poco distante dall’abitato, fondato nel 1432.

 

CONVENTO DI S. NICOLA  (tona all'indice)

Gli agrigentini, appresa la grande fama del loro concittadino, mossi da viva emulazione per quanto era avvenuto a Messina e a Palermo, decisero di edificare a proprie spese un convento a fra Matteo, per i frati dell’Osservanza.

In effetti, più che di una fondazione, si trattò della donazione delle rovine di un monastero, dedicato a S. Nicola, costruito nel sec. XII dai Cistercensi, poi da costoro abbandonato. Il nostro Beato, con l’offerta dei generosi agrigentini e di 400 fiorini d’oro ricevuti dal Re Alfonso V di Spagna, portò a buon punto i lavori di ricostruzione. Il Tognoletto nel Paradiso Serafico, lib. I, c. VIII, pag. 41, scrive che il Beato completò il restauro fino “alla volta della Lamia, o dammuso come volgarmente  si dice, e vi fece scrivere ovvero intagliare in una pietra queste parole: che appresso di Lui sarebbe venuto altro frate dell’istessa città di Giorgenti a finirlo”. Anche Rocco Pirro, in Sicilia Sacra, t. I, pag. 713, scrive che fra Matteo “iniziò il terzo convento ad Agrigento dedicato a S. Nicola, nell’anno 1426, sostenendo le spese il Re, che era assai legato a fra Matteo e lo completò nel 1430”. La volta della chiesa fu costruita tra gli anni 1569 e 1570 da fra Bonaventura Sciascia da Agrigento, dando così compimento alla profezia del Beato, il quale aveva fatto scrivere in una pietra che il restauro sarebbe stato completato da un altro frate di Agrigento. Purtroppo di tutta questa costruzione oggi si vedono solo dei ruderi.

 

CONVENTO DI S. VITO IN AGRIGENTO  (tona all'indice)

Non dopo molti anni dalla costruzione di S. Nicola, gli agrigentini, lamentandosi di non potervi facilmente accedere per la lontananza dalla città, proposero al B. Matteo la costruzione, a spese del comune, di un nuovo convento, presso le mura , dedicandolo a S. Vito. L’inizio dei lavori cominciarono al ritorno del B. Matteo dalla Spagna nel 1432 e fu completato in breve tempo. Nel 1866, per le famose leggi di soppressione degli istituti religiosi, entrambi i conventi di Agrigento furono incamerati dal Demanio dello Stato.

 

CONVENTO DI SANTA MARIA DI GESÙ DI CAMMARATA  (tona all'indice)

Ritornato dalla Spagna in Sicilia, nella seconda metà del 1428, il B. Matteo fu pregato incessantemente dal Conte di Cammarata di accettare un convento in quel villaggio, alle falde dell’alto monte, da cui prende il nome. Il conte Abbatelli, allora Signore del feudo, era stato indotto a questa offerta dalla fama di santità che godeva fra Matteo. Egli lo costruì, in contrada S. Lucia, su di un alto colle, ricco di acque correnti e di boschi, in luogo ameno e panoramico, dedicandolo a S. Maria di Gesù. Il conte, finché visse, provvide di tutto il necessario ai 10 frati che l’abitavano, ponendoli sotto la sua personale protezione e arricchendoli di favori e benefici. Gli storici convengono nell’affermare che questo è il quarto convento accettato da fra Matteo. Ciò è confermato dall’atto notorio conservato nell’Archivio conventuale. Nel 1700 fu distrutto dalle continue frane. Nel 1710 il P. Biagio da Cammarata, Ministro Provinciale, lo ricostruì con una nuova chiesa e in un luogo più vicino alla città. Incamerato nel 1866 dal Demanio dello Stato, nel 1870 fu riscattato dai frati Minori fr. Francesco e fra Pasquale Mangiapane. Fin dalla fondazione venne abitato da religiosi illustri per cultura, santità di vita, le cui ossa riposano nella chiesa.

 

CONVENTO DI SANTA MARIA DI GESÙ DI SIRACUSA  (tona all'indice)

Il B. Matteo fu a Siracusa tra il settembre e l’aprile del 1428. La sua presenza, preceduta dalla fama di profeta e di taumaturgo, come avveniva dovunque egli andasse, non sfuggì alle autorità cittadine, le quali, subito e volentieri, iniziarono con lui le trattative per la costruzione di un nuovo convento, in un luogo salubre, in quanto i Frati Minori ne avevano già uno, ma si trovava in un luogo poco salutare. Data la notorietà della persona e forse anche per gli amichevoli rapporti con i sovrani d’Aragona, le autorità siracusane dimostrarono di essere ben disposte a concludere favorevolmente e subito le trattative ma non mancarono difficoltà. Tre lettere inviate dalla regina Maria d’Aragona, una a fra Matteo e due a gentiluomini di Siracusa, confermano questi avvenimenti. Fra Matteo non ha conservato la lettera, come del resto faceva sempre, ma se ne conosce il contenuto dalle altre due e confermato dall’invio da parte della Regina di altre tre lettere inviate nei giorni 6, 8, 15 gennaio 1432: la prima alle autorità cittadine, la seconda a chi aveva insinuato del male contro fra Matteo, la terza all’ambasciatore di Spagna a Siracusa, rimproverandolo per le calunnie lanciate contro fra Matteo. In tutte e tre queste lettere si parla di un convento costruito ex novo e di recente. Di esso si indica l’ubicazione solo genericamente, ma con tali avverbi locali e temporali, che servono da buoni indizi per individuarlo, senza pericolo di confusione. Grazie quindi a queste indicazioni, usate dalla Regina nel gennaio del 1432, siamo certi che in quello stesso anno erano già iniziati i lavori e che l’intervento della Regina aveva avuto lo scopo d’indurre le autorità cittadine a portare a compimento l’opera sospesa a causa di calunnie e malintesi malignamente interpretati.

Quale sia stata l’entità della fabbrica alla fine del 1431, cioè prima che intervenisse la Regina, non si può stabilire. Vi sono documenti i quali confermano che dal 23 ottobre era già abitato dagli Osservanti. Infatti i frati precedentemente, cioè il 13 luglio 1443, avevano pregato la Sovrana di provvederli di un Messale, di panno per abiti e di acqua dell’acquedotto di Galermi. L’intervento opportuno ed efficace della Regina mise a posto le cose. Fu il secondo costruito a Siracusa, come detto sopra, in quanto ve ne era uno in un luogo insalubre e non lontano dalla città, chiamato di SW. Croce, dal quale i frati si trasferirono nel nuovo. Questo convento nuovo chiamato S. Maria di Gesù non doveva essere grande, ma piuttosto di limitate proporzioni, come uno dei soliti primitivi eremi tanto cari al B. Matteo. Esso oggi non esiste più, in quanto il terremoto del 9 gennaio 1693, che sconvolse tutta la Sicilia, lo ridusse in un mucchio di macerie. Dieci anni dopo, ne fu costruito un altro più grande e più bello, che fu incamerato dal Demanio con la soppressione del 1866, dopo fu ceduto al Vescovo che, per la maggior parte, lo diede alle Suore del Sacro Cuore. Il rimanente, dopo la seconda guerra mondiale, fu dato prima ai Maristi e poi ai Padri del Terz’Ordine Regolare.

 

CONVENTO SANTA MARIA DI GESÙ DI CALTAGIRONE  (tona all'indice)

Il convento di S. Maria di Gesù a Caltagirone e quello di S. Maria di Gesù a Palermo, sono gli unici fondati dal nostro Beato e sino ad oggi abitati dai frati. Gli altri o sono andati distrutti o sono stati incamerati dal Demanio.

Questo di Caltagirone fu edificato nel 1432, dopo quello di Cammarata, e per la sua costruzione occorsero due anni.

Si trova in un luogo aperto e panoramico, distante dalla città due silometri, è costituito da un grandioso e imponente edificio, comprendente tre grandi chiostri.

La bella chiesa, dedicata a S. Maria di Gesù, è chiamata anche dei “Nobili”, perché fu costruita a spese delle generose famiglie nobili della città, le quali la dotarono di un pregiato soffitto ligneo a cassettoni e l’arricchirono di interessanti opere d’arte, come la statua della Madonna della Catena, di Antonio Gagini, quella di S. Antonio di Giovanni Portatone e di un ciborio ligneo intarsiato.

Essendo costruito su basi solide, resistette ai terribili terremoti del 1542 e del 1693, i quali devastarono la città, e anche la chiesa rimase integra.

Quello che non fecero i terremoti lo fecero gli uomini con la legge di soppressione del 1866. Fu interamente incamerato dal Demanio e trasformato in ricovero per invalidi.

Solo nel 1939 si riuscì ad ottenere la restituzione di una parte con uno dei tre chiostri insieme alla chiesa.

 

L’APOSTOLATO DEL B. MATTEO IN SPAGNA  (tona all'indice)

Dai documenti ritrovati si desume che il nostro Beato si sia recato in Spagna almeno quattro volte, precisamente due volte prima del suo passaggio dai Conventuali all’Osservanza, e due volte dopo.

Cronologicamente i primi due viaggi furono compiuti tra gli anni 1394-1417, gli altri due, uno tra il febbraio del 1427 e il giugno 1428, l’altro tra il gennaio e il giugno del 1430.

Il primo avvenne per motivi di studio, dietro ordine dei superiori. Nella permanenza in Spagna dal 1394 al 1404 completò la sua formazione religiosa-culturale, e venne ordinato sacerdote. Secondo il Tognoletto e il Cagliola fra Matteo conseguì in Spagna anche il titolo di “Sacre Theologiae Magister”, ma ciò nessun documento lo comprova. La tradizione tramanda solo che sia stato un “Dottore e Predicatore dottissimo”.

Non si conoscono i motivi del secondo viaggio, sembra sia avvenuto qualche tempo dopo il 16 febbraio del 1405, in quanto fino a questa data egli si trovava a Padova dove esercitava l’ufficio di “Magister perfectionis”. Dalla Spagna ritornò nel 1417 per incontrare S. Bernardino da Siene. Questa data trova conferma in una lettera del Re Alfonso V, del 28 novembre 1417, nella quale si legge che il Re oltre a disporre che gli vengano pagate le spese di viaggio, gli assegnava un vitalizio di 12 once a carico dell’erario siciliano. Il terzo, nel 1427, quando invitato dai Sovrani di Spagna predicò a Valenza, a Barcellona a Vich e in altre città. Il B. Matteo si recò una quarta volta in Spagna, per una missione particolare e altre predicazioni.

 

L’AMICIZIA DEI SOVRANI DEL REGNO DI ARAGONA VERSO IL B. MATTEO  (tona all'indice)

Dall’episodio della lettera del Re Alfonso V che paga il viaggio al nostro Beato e gli assegna un vitalizio si deve dedurre che il Re e fra Matteo vi era una intesa amicizia. Da altri episodi si viene a conoscenza che anche la Regina Maria, moglie di Alfonso V, nutre una profonda stima verso il nostro Beato. Si deve ricordare che nel 1415, con il concilio di Costanza, era cessato il grande scisma d’occidente della Chiesa Cattolica e vi era stata l’elezione del Sommo Pontefice Martino V. Il Re Alfonso V, detto il Magnanimo, in quel tempo, aspirava alla corona del Regno di Napoli. Il Papa Martino V per la successione del trono di Napoli appoggiava gli Angioini. Re Alfonso V, sentendosi avversato dal Papa, non volle riconoscere la sua elezione e continuò lo scisma della Chiesa Cattolica nel suo regno facendo eleggere tre antipapi. È in questo frangente che interviene il nostro Beato che riesce a pacificare il Re Alfonso V e il Papa Martino V.

Da questa pacificazione operata da nostro Beato si intuisce da un brano dei “Sermones” di S. Bernardino da Siena dove, facendo l’elogio dei suoi compagni, dice: “fra i quali vi è uno frate Matteo di Cecilia, il quale ha ridotto un Re alla fede cristiana con tutto quel paese”.

Senza dubbio, come affermano i ricercatori, si tratta della pacificazione di Re Alfonso V e il Papa Martino V per la cessazione dello scisma in Spagna. Non si hanno altri documenti che comprovino questo avvenimento, ma le circostanze di tempo e di luogo fanno pervenire alla logica conclusione che fu fra Matteo a pacificare il Re con il Papa e, per questo motivo, Re Alfonso V, in seguito, aiutò, difese, e protesse il nostro Beato, sino a portarlo al Vescovato di Agrigento. Anche la Regina Maria, si servì dei buoni uffici del nostro Beato, per vedere pacificati il Re di Pastiglia, suo fratello, con suo marito, Re Alfonso V, che contro di lui si trovava in guerra. Quindi il nostro fra Matteo, oltre per la santità della vita, la dottrina profonda e il carisma apostolico, fu amato dai Sovrani di Spagna per queste pacificazioni. Non è scopo del presente lavoro approfondire questo argomento, ma solo dedurre una possibile ragione dell’amicizia che legava i Sovrani di Spagna con il nostro Beato.

 

A VALENZA PREDICA LA QUARESIMA  (tona all'indice)

Il nostro Beato, dopo avere fondato alcuni conventi dell’Osservanza in Sicilia, nel 1427 parte per la Spagna.

Non si conoscono il mese e il giorno, ma si è sicuri che la prima città dove si reca è Valenza perché vi deve predicare la quaresima, dietro invito della Regina. Questa notizia la si apprende da una lettera inviata dalla Regina a Mossen Borra e da un’altra inviata il 30 aprile 1427 a Brinda de Bardaxi. In queste lettere, oltre ad accennare alla “grande fama” di fra Matteo, si parla delle devote prediche, del grande frutto prodotto dalla santa vita del predicatore, del carisma taumaturgo col quale operava dei grandi miracoli, tra i quali guarigioni di ciechi, sordi, muti e molti altri ammalati. Di tale virtù taumaturgica del Beato nella Spagna se ne occupò la “Cronaca di Madrid”, come riferisce il Russò in “El b. Matheu d’Agrigento… pag. 114. La Sovrana rimase tanto colpita dalla fervida predicazione del nostro beato che, senza perder tempo, immediatamente dalle parole passò ai fatti in modo dimostrativo, tagliando i lunghi e costosi strascichi delle sue vesti, offensivi alla povertà dei bisognosi; e, inducendo con il fascino del suo regale esempio, più che con le parole, le Dame di corte e della nobiltà a fare altrettanto per moderare il lusso. La Regina fa capire chiaramente di non essere insensibile e indifferente alle prediche di fra Matteo e le mette in pratica.

Oltre che dalla santità e dai molti miracoli di fra Matteo, la Regina è colpita dalla novità della predicazione con la quale egli diffonde la devozione del SS Nome di Gesù. Questa devozione s’impresse così profondamente e fervorosamente nell’anima della Regina da diventare oggetto primario della sua pietà, per cui si fece zelante collaboratrice di fra Matteo nel propagare numerose copie del monogramma del SS. Nome, inducendo con il suo ardente zelo e buon esempio anche gli altri a fare altrettanto, come attesta la lettera inviata a Brinda de Bardaxi. Durante la predicazione della quaresima, nella Catalogna, e in particolare modo a Barcellona, un terribile sisma, con frequenti scosse, fece tremare la terra sconvolgendo uomini e cose.

 

IL B. MATTEO A BARCELLONA  (tona all'indice)

La Regina Maria, appresa la notizia del disastroso terremoto avvertì la necessità di inviare ai sinistrati, oltre gli aiuti materiali, anche una assistenza spirituale. Il Re ed Ella, convinti che nessuno, se non fra Matteo avrebbe potuto compiere il nobile e cristiano ministero di confortare gli afflitti, rivolsero un invito al grande loro amico, pregandolo di recarsi a Barcellona. La Regina comunica con una lettera la sovrana decisione ai giurati di Barcellona, presentando fra Matteo come un primo conforto morale per alleviare la desolazione nella quale la città versa. In questo modo i Sovrani manifestano stima e devozione verso fra Matteo e nutrono piena fiducia per il bene che avrebbe sicuramente compiuto a Barcellona. Il Re, da parte sua, ordina al Vescovo di Barcellona, Pietro di S. Clemente, di provvedere alle spese per il vitto di fra Matteo e dei suoi compagni, durante il corso delle loro attività. La missione di Barcellona dovette iniziare negli ultimi giorni del mese di aprile del 1427 e protrarsi per i mesi di maggio e giugno. Gli informatori della Regina, nelle loro dettagliate relazioni, fanno sapere che la missione di fra Matteo aveva pienamente soddisfatto il desiderio della regina la quale, nelle lettere di risposta, esprime gratitudine per le liete e gradite notizie. Durante i due mesi di permanenza a Barcellona avvengono due grandi fatti che illustrano l’opera del nostro Beato: l’erezione di un convento per i frati dell’Osservanza, decretato dal Senato di Barcellona; la denunzia al Vescovo di Barcellona contro fra Matteo, a causa della devozione del SS. Nome di Gesù da lui predicata e diffusa con grande fervore.

 

LA COSTRUZIONE DEL CONVENTO DI S. MARIA DI GESÙ A BARCELLONA  (tona all'indice)

La costruzione del convento di Barcellona, oltre che come effetto della presenza del B. Matteo, deve essere vista come un contributo all’incremento del movimento dell’Osservanza in Spagna, particolarmente, in relazione alla situazione vigente nel Regno d’Aragona, dove i frati Conventuali ostacolavano il diffondersi dell’Osservanza. Il Senato di Barcellona, dopo l’effetto meraviglioso dell’apostolica azione missionaria di fra Matteo, gli offrì la possibilità di costruire un convento. Fra Matteo, rifacendosi al Breve con il quale Papa Martino V, il 26 luglio 1426, concedeva a fra Filippo Berbegal e agli altri frati dell’Osservanza di Spagna “unum locum pro domo huismodi costruendo et aedificanda”, pensò di accettare l’offerta. Decisa, per volontà del popolo, dopo approvazione del Sovrano e del Senato di Barcellona, anche il Ministro Provinciale dei Frati Minori d’Aragona, prima contrario alla costruzione, nel maggio 1427 dava il suo assenso. Secondo il “Dietario”, il Re, nel pomeriggio di lunedì 2 giugno 1427, era arrivato per via mare, da Valenza a Barcellona, per presenziare alla cerimonia della posa delle prime cinque pietre fondamentali del convento. La cerimonia avvenne il martedì 10 giugno 1427, alla presenza del Sovrano, del vescovo di Barcellona, di fra Matteo, dei Consiglieri municipali, del clero e di molti fedeli. Avendo il Senato assunto l’impegno della spesa per la costruzione, i lavori procedettero tanto alacremente e con ritmo accelerato, tanto che, nel 1429, furono terminati i principali lavori in rustico e, in seguito, quelli del completamento. Dal progetto del tutto entro il 1450, risultò che il convento era uno dei più grandi dell’Osservanza nella Spagna, potendo ospitare da 70 a 80 religiosi. Di questo monumento della benemerita operosità apostolica di fra Matteo, oggi non resta neppure un rudere. Distrutto, una prima volta durante la guerra di secessione spagnola nel 1714 e ricostruito in minori proporzioni nel 1722, fu ridotto a rovine per la furia dei francesi nel 1813. Ricostruito, di nuovo nel 1817, un po’ distante dal precedente, fu demolito per effetto delle leggi di soppressione del 1823. Ricostruito, ancora una volta nel 1825, fu definitivamente soppresso e distrutto nel 1835.

 

DENUNZIA AL VESCOVO DI BARCELLONA  (tona all'indice)

Il secondo fatto, che ha interessato fra Matteo, durante il suo apostolato a Barcellona, è costituito dalla persecuzione contro di lui per la predicazione della devozione verso il SS. Nome di Gesù. Le accuse erano le stesse che erano state rivolte in Italia, sia a lui che a s. Bernardino. I discepoli o gli amici degli stessi accusatori di s. Bernardino, che si trovavano in Spagna, lo deferirono al Vescovo di Barcellona. Per mancanza di documenti, non si è in grado sapere, se il processo sia stato celebrato.

Ma si sa che la Regina, venuta a conoscenza, ne informò il Vescovo di Barcellona, quale competente a giudicare in merito. Però le circostanze inducono a credere che, se contro fra Matteo fu celebrato un processo o si tenne una pubblica discussione circa i suoi presunti errori, l’esito dovettero essere a lui favorevole, tanto che potè continuare indisturbato la sua attività in altre città della Catalogna e di nuovo a Valenza.

Inoltre, i suoi buoni rapporti, con il Vescovo di Barcellona sono confermati dalla presenza del Vescovo e di fra Matteo alla posa delle pietre di fondazione del convento di S. Maria di Gesù, avvenuta il 10 giugno 1427.

 

LA PREDICAZIONE A VICH  (tona all'indice)

La terza città della Spagna a usufruire dell’apostolato di fra Matteo fu Vich, l’antica Ausonia dei romani, capoluogo dell’omonima diocesi, nella Provincia di Barcellona.

La città a causa di opposte fazioni era travagliata da discordie e lotte intestine che spesso sfociavano in atti di crudele vendetta.

Il Consiglio Comunale di Vich il 12 giugno 1427 inviò ambasciatori a fra Matteo per indurlo a compiervi una missione.

L’ambasciata riuscì allo scopo, fra Matteo accettò l’invito di predicare a Vich.

La missione, iniziata nella seconda metà di agosto del 1427, durò fino al 3 settembre.

I suoi frutti non vanno misurati secondo la sua durata, ma alla efficacia della grazia divina che, illuminando le anime al pentimento e alla conversione, permise a fra Matteo di alleviare le piaghe morali che affliggevano la città e a disporre i cuori al perdono e alla pace.

Tre documenti permettono di sintetizzare i risultati conseguiti dalla sua predicazione.

Il primo, redatto il 30 agosto 1427, di distingue dagli altri due, non tanto perché riguarda solo un tale Giovanni Goeli, quanto perché tace i nomi degli uccisori del padre dello stesso, e fa risalire l’azione della grazia divina, che in lui opera con la carità del perdono.

Il più interessante è il secondo, redatto il 31 agosto. Inizia con il monogramma del SS. Nome di Gesù “IHS” e da una dettagliata relazione del B. Matteo.

Durante la Messa solenne egli aveva predicato a circa 8.000 persone. Dopo la Messa, dieci persone, o famiglie, che avevano ascoltato la predica, perdonano i colpevoli, non nominati, della morte di 13 uomini, rinunziando ad ogni azione civile e penale verso i medesimi e redigono quindi l’atto di pace dinanzi al Notaio e ai pubblici testimoni.

Il terzo del 3 settembre 1427, riporta l’atto di pace tra due parti o gruppi di persone. Si trascrivono le testuali parole: “sono disposte, come lo sono, con animo buono e spontanea volontà per ispirazione dello Spirito Santo e per effetto della predicazione di fra Matteo di Girgenti dell’Ordine dei Frati Minori, che attualmente predica in modo mirabile nella città di Vich, affermano di volere iniziare una buona e perpetua pace da durare tra loro in perpetuo”. In altri documenti si elencano non meno di 85 omicidi, che furono perdonati, in pochi giorni, dai parenti degli uccisi, sempre per effetto della predicazione di fra Matteo. Se la breve missione di Vich aveva prodotto tali frutti oltre ogni previsione, secondo il Vangelo dai frutti si conosce l’albero, non si può non ammettere che in fra Matteo agiva lo Spirito Santo.

 

LA QUARESIMA E LA FONDAZIONE DEL CONVENTO S. MARIA DI GEÙ A VALENZA  (tona all'indice)

Nel 1428 il nostro fra Matteo ritorna a Valenza per predicare un’altra volta la Quaresima. Per la verità storica si deve dire che vi era ritornato già il 27 ottobre 1427, ma non si conosce il motivo perché vi sia andato. Si è sicuri che la predicazione si svolse nel 1428, in quanto da tre lettere della Regina si apprende che la Sovrana si sia tenuta, direttamente o indirettamente, in relazione con fra Matteo e che l’aveva provvisto in tutti i bisogni, non solo alle cose necessarie, ma anche a tutto ciò che desiderava. Fra Matteo rassicurava la Regina per mezzo di messaggi orali, o più probabilmente con lettere, che però non sono a noi pervenute, che sarebbe rimasto a Valenza sino a Pasqua, secondo l’invito da essa rivoltogli. Fra Matteo, durante la predicazione fu colpito da malattia, di cui non si conosce la natura, ma si sa quanta sia stato l’interessamento della Regina, e da alcune lettere si deduce che sia durata 15 giorni. Ristabilitosi in salute, fra Matteo concluse, con grande frutto, il quaresimale sino a Pasqua, che in quell’anno cadde il 4 aprile. Completata la missione egli desiderava ritornare in Sicilia, perché dall’Isola aveva ricevuto notizie poco rassicuranti, ma fu trattenuto dalla Regina, la quale scrisse una lettera al Vicario Provinciale dell’Osservanza, fra Giacomo Domingo, pregandolo di non partire dall’isola fino a quando non fosse ritornato fra Matteo. E ciò per non lasciare senza guida i frati dell’Osservanza, ed evitare il pericolo di perdere quanto si era realizzato. Fra Matteo, tranquillizzato dalla Regina e dal Re che desideravano anche affidargli la costruzione di un convento dell’Osservanza a Valenza, rimase in Spagna. In una lettera, del 7 maggio 1428, la regina comunicava al Ministro Provinciale di Aragona, fra Francesco Alagon, la decisione della fondazione del convento e che il “religioso e nostro predicatore sinceramente amato fra Matteo di Agrigento dell’Ordine dei Frati Minori il quale, avendo ricevuto ampia potestà dalla Sede Apostolica, oltre al consenso dell’Illustrissimo Signore Re e dei Giurati di questa città, intende e propone di fare costruire de novo ed edificare nei confini della stessa città un certo luogo (=casa) devoto per i frati dell’Osservanza del Beato Francesco…”. Nel regio decreto del mese di maggio 1428, si stabilisce e dichiara apertamente che “il convento, è sorto per devozione verso il Beato Francesco e i suoi frati che vivevano completamente la Regola dell’Osservanza, e viene chiamato S. Maria di Gesù”

Era un luogo ameno e ricco d’acqua, a un chilometro a sud est della città di Valenza, nell’orto di un certo Berenguer Minguet, dove esisteva già un oratorio dedicato al glorioso martire S. Cristoforo.

Nel decreto, inoltre, si afferma che “i frati che vi dimorano sono posti sotto la speciale protezione e salvaguardia del Re, e, pertanto, tutti gli amministratori, dipendenti del Sovrano, sono tenuti a osservare e a fare osservare tutto quanto stabiliti nello stesso decreto”.

Alle spese per la costruzione contribuirono parecchie persone ed enti: per primi il Re e la Regina Maria, quindi la città di Valenza, la quale donò la considerevole somma di 200 fiorni d’oro; il Consiglio della città che, oltre alle elemosine, offrì il vasto campo chiamato di Berenguer Minguet, per ricreazione e utilità dei frati.

L’Arcivescovo di Tarragona concesse l’indulgenza di 40 giorni a chi, in qualunque modo, avesse concorso all’edificazione.

I lavori iniziarono il 10 maggio 1428, ma le pratiche per la costruzione andarono per le lunghe, e non mancarono difficoltà.

Una commissione eliminò i vari ostacoli, ma per svolgere le varie pratiche trascorsero cinque settimane, durante le quali il nostro Beato si occupò ad illustrare al popolo i motivi e le gravi incomprensioni che ostacolavano la convivenza degli Osservanti con i Conventuali.

Dopo la morte di fra Giacomo Domingo, Vicario Provinciale dell’Osservanza di Sicilia, fra Matteo parte per l’Isola e i lavori per vari motivi subirono un rallentamento.

Alla fine fu realizzato, secondo le direttive di fra Matteo e con l’assenso del Re e della Regina.

Era un modello di austerità, come nelle “Notes historicas de las Seraficas Provincia de Valencia pag. 306” il P. Conrado Angel o.f.m. lo descrive: “i suoi plaustri erano stretti e bassi, le sue celle anguste e povere, la sua chiesa, sebbene limpida, era di dimensioni molto ridotte, bassa di tetto e sobriamente ornata. Nell’angolo dell’orto, per raccoglimento spirituale dei religiosi, erano stati edificati alcuni eremi dove i frati, dopo aver compiuto le proprie quotidiane obbligazioni, si potevano ritirare liberamente per pratiche di pietà e mortificazioni”.

Nel corso dei tempi subì diverse e importanti riparazioni e ampliamenti e, per eventi storici-politici, fu venduto a Don Gaspare Dotres, il quale vi stabilì una fabbrica per la filatura della seta e, nel 1866, abbandonata quell’impresa, lo vendette alla deputazione della Provincia che lo utilizzò per il manicomio.

 

RITORNO DEL BEATO MATTEO IN SPAGNA CHIAMATO DALLA REGINA  (tona all'indice)

Nel 1429, la Regina spinta da gravi e impellenti motivi, con pressanti preghiere invitò fra Matteo a tornare nella Spagna.

Aveva già sperimentato ch’egli, con la santa vita e l’efficacia della predicazione, era provvidenziale strumento di pacificazione, e ora che lei stessa era oppressa da una profonda angustia, sentì il bisogno di averlo vicino con il suo prudente consiglio. Così l’8 gennaio 1430, egli sbarcò a Tortosa, dopo 18 mesi di assenza dalla Spagna.

G. Zurita negli annali (Annales de la Corona de Argon, III, Zaragoza, 1669, pag. 186 ss.), c’informa su questi motivi.

A causa di vecchi rancori, nel giugno del 1429 Re Alfonso di Aragona con il fratello Giovanni, Re di Navarra, avevano invaso la Pastiglia, dove regnava il fratello della Regina Maria di Aragona, moglie di Re Alfonso: una guerra fratricida.

La Regina, nonostante la mediazione del Cardinale Pietro de Foix, non era riuscita a portare la pace fra i due, per questo aveva pensato di rivolgersi a fra Matteo.

Il Re Alfonso però, sempre secondo lo Zurita, le aveva proibito d’intromettersi nella questione, essa però lo mandò ugualmente dal Re di Pastiglia, insieme al cappellano di Corte, il sacerdote Garcia de Riaça.

Per scarsezza di documenti non è possibile stabilire quale sia stato l’esito della missione e se fu portata a termine, come non sappiamo quando fra Matteo decise di tornarsene definitivamente in Sicilia.

È certo soltanto che nell’aprile 1430 tenne una predicazione a Tarragona: concluse così la sua attività apostolica nella Spagna.

 

RITORNO DEL BEATO MATTEO IN SICILIA E IN ITALIA  (tona all'indice)

Dopo il ritorno dalla Spagna, nella seconda metà del 1430, non si hanno notizie che il nostro Beato abbia fatto altri viaggi fuori dalla Sicilia prima di essere stato eletto Vescovo.

Senza dubbio la sua attività dovette essere intesa non solo in Sicilia, ma anche in Italia.

Non si hanno documenti che comprovino con certezza in quali luoghi sia andato a predicare durante questi due anni; è certo che per il periodo antecedente al 1430, a cominciare dal 1417, dopo il suo ritorno dalla Spagna, per incontrare san Bernardino, profuse la ricchezza dei suoi tesori spirituali nella sua diletta terra di Sicilia e in Italia.

Se non si hanno documenti dell’attività svolta dal 1430, cioè da quando ritornò definitivamente in Sicilia, fino al 1432, anno in cui verrà eletto Commissario Generale, vi sono alcuni scarsi accenni nei suoi “Sermones” che ci indicano diversi luoghi in cui era stato a predicare.

Nel suo Sermo XXXVI - De nomine Jesu – (inedito) della Biblioteca di Nocera Umbra, al foglio 907, lo stesso Beato scrive “predicante me in Urceis Novis (=Orzi Nuovi) in territorio Brixiensi”, così venivamo a sapere che predicò nel territorio di Brescia, ad Orzinuovi.

Nello stesso sermone racconta di avere sentito ad Urbino, da uomini degni di fede, di tre individui che truffavano il nome di Gesù; due di essi si ammalarono e il terzo, dopo tre giorni, morì.

A proposito delle calunniose accuse lanciate a causa del nome di Gesù, il cod. 878 di Praga c’informa di episodi devozionali avvenuti a Napoli, e precisamente di avere guidato una grande processione senza la croce.

Il Waddingo, all’anno 1429 t. X., n. 142 riferisce che il Beato Matteo ha predicato a Cosenza.

Fra Mariano da Firenze, dopo avere presentato fra Matteo come “Vir doctissimus, atque declamator egregius”, riferisce che egli “totam Italiam suis sermonibus et doctrinis, necon miraculis, perlustravit”, cioè: “con i suoi discorsi e con la sua dottrina oltre con miracoli ha perlustrato tutta l’Italia”.

Del resto, da quanto detto, nei capitoli precedenti, risulta che egli certamente ha attraversato l’Italia nelle seguenti circostanze: una prima volta nel 1394, per recarsi a Bologna nel convento S. Francesco; una seconda, nel 1404, per recarsi a Padova nel convento S. Antonio in qualità di magister professionis; una terza, nel 1417, quanto ritornando dalla Spagna, s’incontrò con fra Bernardino da Siena; una quarta, nel 1425, quando insieme a fra Bernardino e fra Giovanni da Capestrano, ottenne da Papa Martino V speciali facoltà spirituali e l’autorizzazione per costruire tre conventi; una quinta, nel 1426, quando si recò a Roma per la difesa di S. Bernardino.

Tanto basta per confermare la veracità dell’espressione di fra Mariano da Firenze: “perlustravit totam Italiam”.

Poi se mancano prove documentarie riguardanti altri viaggi del nostro Beato non autorizza a pensare che non ne abbia compiuti,

 

MATTEO COMMISSARIO GENERALE E VISITATORE APOSTOLICO  (tona all'indice)

Lo storico P. D Sparacio, nella sua "Siciliensis Provincia", a pag. 45, riferisce che nell'anno 1432, mentre era Ministro Provinciale P. Luca Sarzana d'Agrigento, venne in Sicilia, con tutta la Curia dell'Ordine, il Ministro Generale fra Guglielmo da Casale.

Non si conosce il motivo specifico di questa visita, ma senza dubbio doveva trattarsi di cose importanti, tanto da nominare il nostro fra Matteo Commissario Generale, per portare a compimento la missione iniziata dallo stesso Ministro Generale.

Il documento scritto, con il quale si nominava fra Matteo d'Agrigento Commissario Generale per la Provincia serafica della Sicilia, non è stato rinvenuto, ma è stata trovata una lettera circolare del Re Alfonso V del 27 ottobre 1432 con la quale comunicava alle autorità del Regno di Sicilia l'avvenuta nomina di fra Matteo a Commissario Generale da parte di fra Guglielmo da Casale, Ministro Generale dell'Ordine.

Il Re, oltre a comunicare la nomina, ordinava di sovvenire fra Matteo con aiuti, consigli, favori, ogni qualvolta, dal medesimo fossero richiesti per l'esercizio della sua missione, pena una multa di 1000 fiorni d'oro.

Dalla stessa lettera si apprende quali facoltà il Ministro Generale conferiva: "Piena potestà e autorità su tutta la provincia di Sicilia... su tutti i religiosi, sia frati che suore".

Quindi non si trattava solo di dirigere e organizzare, correggere e ammonire i soli Osservanti, come era stato da Vicario Provinciale, tra gli anni 1425-1427, ma di avere pieni poteri e autorità sull'intera Provincia serafica, sia sui frati della "Famiglia" dell'Osservanza, che sui frati della "Comunità" dei Conventuali.

Sebbene detta lettera parli diffusamente del mandato affidato a fra Matteo, tuttavia non offre indizio alcuno su una particolare missione da compiere.

Il motivo della venuta in Sicilia del Ministro Generale, con tutta la Curia, si può dedurre considerando gli avvenimenti accaduti in quel tempo.

Nel Capitolo Generale svoltosi ad Assisi nel 1430, era stato proposto da S. Giovanni da Capestrano un nuovo testo delle Costituzioni che, approvate dal Papa Martino V, per questo, presero il nome di "Costituzioni Martiniane".

Esse segnavano il limite di demarcazione tra Osservanti e Conventuali.

Ai Conventuali si concedeva ampia facoltà di disporre dei beni immobili e il diritto di riscuotere le rendite; invece agli Osservanti, i quali volevano vivere conforme allo spirito evangelico della regola, non veniva concesso il possesso dei beni.

Si suppone che il Ministro Generale volendo dare pratica attuazione a queste Costituzioni, venne in Sicilia e per superare le difficoltà trovate, conoscendo la virtù e Io zelo del nostro fra Matteo, lo nominò Commissario Generale, per l'applicazione di quanto da lui iniziato per l'attuazione completa delle Costituzioni Martiniane.

E vero che il Ministro Generale, dopo pochi mesi dal Capitolo Generale di Assisi, dove aveva prestato giuramento che avrebbe fatto osservare dette costituzioni, in seguito ebbe un pentimento e si propose di non attuarle.

Però da vari episodi si deduce che riguardo alla Sicilia mantenne la promessa di farle osservare, per particolari ragioni di ordine ambientale.

Non dovette essere facile a fra Matteo l'espletamento di questa missione a causa di alcuni frati attaccati alle inveterate consuetudini.

L'episodio del convento di Sciacca ne da una conferma.

Alcuni frati del convento di Sciacca, per i quali doveva essere duro rinunziare ai molti beni e rendite godute da tempo, opposero resistenza alle disposizioni riformatorie, sino al punto di fare ricorso alle autorità civili.

Questo ricorso, avendo provocato scandalo, pervenne a conoscenza del Re Alfonso il quale, con una lettera inviata al Governatore, al Capitano della terra di Sciacca, ordina di indurre i frati disobbedienti ad attuare le norme prescritte per la vendita dei beni appartenenti al convento, e ciò "sotto minaccia di incorrere nella nostra indignazione e ira, oltre che alla pena di once 100 in moneta del detto Regno di Sicilia...".

Da questo episodio risalta evidente che lo scopo della nomina di fra Matteo a Commissario Generale, come pure della venuta in Sicilia del Ministro Generale, con tutta la sua Curia, si ravvisa nelle difficoltà dell'applicazione delle Costituzioni Martiniane in terra di Sicilia.

Dopo questo intervento del Re, non si hanno altri casi di ribellione dei frati, perciò si può quindi, supporre che fra Matteo sia riuscito nel suo mandato di fare osservare le suddette Costituzioni Martiniane.

Certamente il mandato di Commissario Generale di fra Matteo non si limitò alla sola attuazione delle Costituzioni, ma riguardò anche altri avvenimenti e questioni religiose.

A tale proposito va ricordato il mandato di Visitatore Apostolico ricevuto dal Sommo Pontefice Eugenio IV, per curare la riforma dei monasteri in Sicilia e in Italia e debellare il vizio della simonia, il quale era allora molto diffuso in Sicilia.

Indicativo anche l'incarico di intervenire nella causa dell'Abate fra Placido Campolo del monastero di Messina, perseguitato dagli altri monaci.

Il Papa, dopo un tentativo non riuscito di altri due Commissari, affidò a fra Matteo il delicato incarico di visitare, riformare e castigare i colpevoli.

Mandato che fra Matteo con la sua prudenza portò a termine.

Non si deve dimenticare che durante il suo mandato di Commissario Generale furono fondati i conventi di S. Vito di Agrigento, di S. Maria di Gesù di Cammarata e quello di S. Maria di Gesù di Siracusa, oltre la ristrutturazione di altri conventi come quello di Sciacca.

In questo stesso periodo il nostro Beato fu nominato visitatore di diverse Provincie d'Italia.

La nomina di Commissario Generale, ricevuta nel settembre del 1432, fu confermata nel 1440 e la mantenne fino alla sua elezione a Vescovo.

 

IL PREDICATORE  (tona all'indice)

Del nostro Beato Matteo la tradizione ha tramandato la sua fama di predicatore egregio, esimio e dottissimo, ma nessun lineamento del suo aspetto fisico. Solo attraverso le relazioni dei periti medici, che eseguirono la ricognizione del suo corpo nel 1763 e alcuni immagini dell'arte pittorica, si è riusciti a dedurre che il Beato Matteo doveva essere di corporatura aitante, un pò più alta della statura ordinaria, di ossatura robusta, di lineamenti regolari, di bello aspetto e di comportamento distinto. Tali doti fisiche gli conferivano prestigio e dignità, ma sarebbero state vane senza quelle morali e spirituali. Egli aveva intelletto aperto e penetrante, volontà forte e soave insieme, memoria ferrea, fantasia fervida e disciplinata, ed era intuitivo e riflessivo. Su queste qualità naturali si innestava la grazia soprannaturale con i doni dello Spirito Santo che contribuivano sia alla formazione dell'uomo spirituale, religioso, apostolico, che alla sua libera disponibilità di umile strumento della potente mano di Dio, per compiere i prodigi del divino amore. L'attività apostolica del nostro Beato è appunto il frutto di questa misteriosa, libera e totale collaborazione dell'uomo che vuole la salvezza di tutti. Educato alla scuola di S. Francesco, la sua predicazione era semplice annunzio del vangelo, presentato con l'affascinante arte oratoria di cui era sicuramente dotato. Con la sua vita permeata di profonda fede vive per Dio e a Lui vuole riportare gli uomini.

Offrendo questa testimonianza, si è presentato ai fedeli d'Italia, di Spagna e di Sicilia, attraendoli, conquistandoli e riconciliandoli tra di loro e con Dio. Frate Matteo possedeva una profonda e vasta cultura della Sacra Scrittura e predicava “non con le parole insegnate dall'umana sapienza, ma con la dottrina insegnata dallo Spirito, adattando ad uomini spirituali un linguaggio spirituale” (Cor. 2, 13), trascurando, e qualche volta disprezzando, la scienza fatua dei filosofi e dei letterati umanisti del suo tempo. Purtroppo il nostro predicatore non ha avuto la fortuna, come l'ebbe S. Bernardino da Siena, il quale aveva a disposizione un certo Benedetto Di Bartolomeo che trascriveva le prediche dell'Albizzeschi mentre predicava con un particolare sistema che oggi si può paragonare alla stenografia. I "Sermones" preparati dal nostro Predicatore sono schemi scheletrici, riportati dal codice XXXII di Capestrano o trasmessi non sempre fedelmente dall'ammanuense Ulrico Lauf, suo contemporaneo. Tuttavia dalla lettura dei "Sermones" si ammira la religiosità dei temi, l'impostazione degli argomenti, trattati quasi sempre col medesimo ordine e metodo che favorisce l'attenta lettura delle parti e l'approfondimento della dottrina, derivata sempre dalla Sacra Scrittura, dai Santi Padri e dagli Scrittori Ecclesiastici.

Lo svolgimento di detti "Sermones" è proposto con chiarezza e illustrato da esempi che, dilettando il lettore, lo aiutano ad imprimerli nell'animo, nonostante le imperfezioni dello stile della lingua corrente. I giudizi, dati dai cronisti, storici e scrittori di questo insigne araldo del Signore, sono espressi con i seguenti aggettivi che lo definiscono: “predicatore insigne, egregio, eccellente, dottissimo, teologo dotto, concionatore sublime, famosissimo”. Inoltre è detto fondatore di conventi, restauratore e propagatore dell'Osservanza in Sicilia e nella Spagna, che ha illuminato tutta l'Italia, in modo particolare con la propagazione della devozione del SS. Nome di Gesù.

Queste affermazioni su fra Matteo predicatore, descritte in una breve e scultorea scheda, sono riferite dal domenicano suo coevo Ranzano da Palermo, il quale dopo avere riferito che “Matteo d'Agrigento fu predicatore egregio dell'Ordine dei Frati Minori della disciplina di S. Bernardino da Siena, esaltandolo al di sopra dei famosi predicatori delle cose divine proprio in quel tempo, illustre tra tutti è stimato Matteo d'Agrigento”. Quindi accennando con classica pennellata alle doti oratorie dell'agrigentino, scrive che: “la sua soavità e facondia fu tanta da attrarre l'ammirazione e la lode di molti popoli non solo in Italia e in Sicilia, ma anche nella Catalogna. Di tale fascino fu conquistato pure Re Alfonso V, il quale lo amò per la sua dottrina e integrità della vita, e lo volle promosso al Vescovato agrigentino”.

Infine il Ranzano, riferendosi ai salutari effetti della predicazione di fra Matteo, pone l'accento che egli con le sue prediche seppe talmente conquistare gli animi dei fedeli che per avere i Frati Minori dell'Osservanza nelle loro città costruirono chiese e conventi. Oltre al Ranzano, il contemporaneo fra Mariano da Firenze si occupa due volte di fra Matteo predicatore. La prima nel "Compendium Chronicarum Fratrum Minorum (A.F.M. 2 (1910) pag. 710) scrive: “Matteo di Agrigento dottissimo e declamatore egregio, con i suoi sermoni e miracoli illuminò tutta l'Italia”, e la seconda: “fra Matteo di Agrigento, dell'isola di Sicilia, uomo dottissimo e declamatore egregio, con i suoi sermoni e dottrina, nonché con i suoi miracoli illustrò tutta l'Italia, per la qual cosa fu tenuto in gran conto presso tutti, infatti fu compagno di S. Bernardino". Ai due succitati cronologi seguono gli storici, quali il Waddingo e il Tognoletto, i cui giudizi non fanno che ripetere quanto già si conosce.

Ma la più autorevole prova dell'efficacia della predicazione di fra Matteo è riportata dalle descrizioni che ne fa la Regina Maria: “fra Matteo, frate minore, oriundo del Regno di Sicilia, è persona di grande rinomanza, ma più di buone opere”. Di tali “buone opere”, di cui è ricco fra Matteo, parla la Regina in un documento (B: 14-11-4) scritto in lingua latina, e che per il suo particolare interesse, si riporta in traduzione italiana: “Il Reverendo religioso e diletto nostro fratello Matteo d'Agrigento dell'Ordine dei Frati Minori, qual raggio di sole in queste parti, infonde luce di dottrina negli animi dei fedeli, durante l'ultima quaresima, in questa città (Valenza) con salutari ammonimenti e con l'esempio delle virtù. In seguito a preghiere e comandi del Signor Re e nostre si è portato in Catalogna, sconvolta da un terribile sisma, per sradicare, edificare, piantare e comunicare scienza salutare al suo popolo, e per dare al Signore un popolo accettabile affinché la terra, che ha tremato per giudizio divino, abbia pace per grazia divina”.

La Regina Maria d'Aragona, animata da profondo spirito religioso, ha avuto modo di constatare e ammirare l'apostolato di fra Matteo. Proprio per la personale esperienza dei frutti della predicazione del nostro Beato, scrive ai giurati di Barcellona e, informandoli dell'imminente arrivo nella loro città, li prega di accoglierlo con deferenza. La Regina è sicura che fra Matteo, “con le sue prediche e la sua santa vita, sarà per loro tutti di grande consolazione e rimedio”. La Sovrana, spirituale ammiratrice del Predicatore, per averlo ascoltato ne parla con i suoi ministri, i dipendenti, e con tutta la nobiltà di Spagna, e lo raccomanda a quanti possono contribuire a facilitargli l'apostolato. Al di sopra di ogni ammirazione per le doti esteriori dell'oratore, e per la di lui cultura ed eloquenza, lei guarda all'esempio della vita santa che, praticando ciò che predica, induce efficacemente a compiere quanto insegna. Della perfezione e santità di fra Matteo i Sovrani sono talmente affascinati e convinti che entrambi vorrebbero che egli restasse il più a lungo possibile nella Spagna, e fanno di tutto per trattenerlo e continuare così il fecondo apostolato.

La Regina, parlando di fra Matteo al Vescovo di Barcellona, Francesco Clemente Capera, ricorda: “Vi abbiamo comunicato come il Signor Re e Noi abbiamo conosciuto della perfezione e santità del detto fra Matteo, perché rimanga da questi per consolazione, istruzione e perseveranza nelle buone opere dei nostri sudditi”.

Per la Regina fra Matteo è l'uomo nato per fare del bene predicando. Pertanto, considerati i frutti che la sua predicazione ha prodotto, sia in Italia, che in non poche Province del Regno di Aragona, lei suggerisce al Ministro Generale che sarebbe giusto lasciarlo libero dal governo dei conventi e farlo dedicare esclusivamente alla predicazione della parola di Dio. (Doc. B. 73-1-88, Valenza Aprile 1429). Ai Sovrani d'Aragona certamente non sfuggiva l'influsso sociale dell'opera di pacificazione dal medesimo compiuta, conforme al costume dei grandi predicatori dell'Osservanza, nel conciliare individui e famiglie, estinguendo liti e odi, inducendo al perdono delle offese e all'impegno di mantenere la pace con la carità. Come a S. Bernardino, così al B. Matteo non fu risparmiata l'accusa dai denigratori proprio per la predicazione della devozione del SS. Nome, sia in Italia che in Spagna. Si deve notare che nè dai "Sermones", neppure dalle testimonianze, appare che il B. Matteo abbia reagito direttamente contro i suoi avversari, dei quali nei medesimi "Sermones" non fa alcun esplicito accenno, anche se non manca qualche implicita allusione. I "Sermones" testimoniano eloquentemente la loro caratteristica espositiva dottrinale, rispondente all'unico scopo di annunziare e illustrare il Vangelo.

In tal modo fra Matteo dimostra, non solo di essersi liberato dalla rete artificiosa della predicazione dei cianciatori contemporanei, ma di saper navigare nelle acque serene dell'apostolato. I "Sermones", impostati sull'attualità del tempo, sono viva espressione dell'anima che vibrando muove, scuote, scandaglia nell'intimo delle coscienze, inducendo all'effetto voluto, sia sull'individuo, che sulla collettività. Alla luce di quanto è stato esposto, emerge chiaramente la ragione per cui il nostro Beato, tra i discepoli del grande Senese, è considerato uno dei maggiori predicatori ed è collocato nei primi posti dopo il Maestro.

 

FRA MATTEO VESCOVO DI AGRIGENTO  (tona all'indice)

Eugenio IV, con Bolla del 18 settembre 1442, datata da Firenze, indirizzata "Al Diletto Figlio Matteo de Gimena" lo elesse Vescovo di Agrigento, in successione al Vescovo Lorenzo da Napoli, monaco cistercense, deceduto nel 1440. La Bolla è datata da Firenze perché il Papa, a seguito della famosa sommossa del 29 maggio 1434 aveva dovuto lasciare Roma, dove era stata proclamata la Repubblica. Data la particolare situazione in cui si trovava, con lettera "Cum nos nuper Ecclesiae Agrigentinae", dava a fra Matteo la facoltà di scegliere il Vescovo che avrebbe dovuto conferirgli la consacrazione episcopale e che questa avvenisse a Sciacca: ordinariamente ciò avveniva a Roma, per le mani stesse del Papa. La cerimonia si effettuò quasi 10 mesi dopo la elezione, la domenica 30 giugno, nella Chiesa Madre di Sciacca, consacranti fuorno Giovanni, Vescovo di Mazara del Vallo e Nicola vicegerente dell'Arcivescovo di Palermo. Il rinvio di 10 mesi si spiega con la resistenza opposta dal Beato, per profonda e convinta umiltà, alla nomina, che accettò solo per l'insistenza del Papa e come atto di obbedienza. L'elezione episcopale fu la logica conseguenza della stima che fra Matteo godeva presso il popolo agrigentino, del riconoscimento delle sue virtù e i meriti acquisiti in quasi 50 anni di vita religiosa e di indefesso apostolato mediante la predicazione della parola di Dio, la prova di saper assolvere incarichi di grande responsabilità con prudenza e zelo, la testimonianza chiara di carità verso i poveri e i bisognosi nel corpo e nello spirito. Anche l'intervento di Re Alfonso V, Re di Spagna dovette influire, come accenna Pietro Ranzano: "fra Matteo fu amato dal Re per la sua dottrina e integrità di vita, per cui volle che fosse promosso a Vescovo di Agrigento". Anche il Papa Eugenio IV, prima di ascendere al Sommo Pontificato, deve aver avuto modo di apprezzare le doti per la fama che godeva in Italia e in Spagna come grande predicatore e forse anche per il ruolo che aveva svolto per indurre Alfonso V a desistere dal sostenere lo scisma d'Occidente. Stima ben meritata, del resto, secondo la concorde testimonianza di tutti gli storici, che fra Mariano da Firenze riassume in queste parole: "pater pietatis et compassionis" et "Abbissus humilitatis". Sulle circostanze che determinano la sua elezione a Vescovo, la testimonianza del P. Antonio da Randazzo precisa: che "il Beato Matteo avendo fondato il luogo di San Nicolò di Girgenti, e avendosi ritratto in quello con fama di gran santità, successe che passò da questa vita il Vescovo, e il clero, a cui apparteneva l'elezione, fecero elezione di fra Matteo per la sua santità, e lo fecero confirmare dal Sommo Pontefice". Elezione plebiscitaria, dunque, richiesta dal clero, a conferma della fama di santità ch'egli godeva presso il popolo. Fra Matteo nella cronologia dei Vescovi agrigentini tiene il 39mo posto, e viene indicato col nome di Matteo III per distinguerlo dai precedenti Vescovi dallo stesso nome, e cioè Matteo I (1327-1429) frate dell'Ordine dei predicatori e della famiglia Orsini, poi nominato Cardinale e oggi venerato come Beato; Matteo II (1363-1390) palermitano, della famiglia Fugardo.

 

PROGRAMMA DEL VESCOVATO DI MATTEO  (tona all'indice)

Dopo avere conosciuto il modo dell'avvenuta elezione episcopale del nostro Beato, è bene accennare al programma che egli si propose di attuare.

Certamente non ignorava che, in quel tempo, la condotta del Clero lasciava a desiderare, e che dovunque la rilassatezza era molto diffusa.

Per questo, si mise all'opera per riportare l'osservanza dei sacri Canoni, per richiamare tutti ad una maggiore coerenza con la professione di vita cristiana.

Per giungere ad una profonda e proficua riforma dei costumi e per il rinnovamento della fede tra i fedeli egli si propose anzitutto una incisiva azione nel clero.

Secondo Mariano da Firenze, il novello Vescovo chiese al suo clero: l'osservanza dei doveri sacerdotali; un uso moderato dei propri redditi; una testimonianza effettiva di vita povera; ogni sacerdote doveva trattenere per se solo quanto era necessario per il proprio decoroso mantenimento, consegnando il superfluo al Vescovo, che l'avrebbe dispensato ai poveri.

Il pensiero del Vescovo era chiaro: equilibrare giustizia e carità con prudenza e moderazione, un anticipo della dottrina sociale della Chiesa, che è la dottrina del Vangelo.

Senza doversi ridurre in miseria, il Clero avrebbe dovuto dare il superfluo, proveniente dai beni ecclesiastici, ai poveri i quali, su quel superfluo, vantavano diritti, trattandosi di proventi della Chiesa.

Il Vescovo non intendeva fare torto ad alcuno: mirava solo ad estirpare abusi e vizi, ovunque si annidassero, nei laici non meno che nel clero.

 

REAZIONE DEL CLERO  (tona all'indice)

Il Clero, che l'aveva eletto, credeva che il nuovo Vescovo fosse di indole condiscendente, si illudeva di essere lasciato libero come nel passato.

Tale condotta si comprende meglio alla luce della miserabile condizione morale nella quale era caduto il clero, a causa della simonia, che in quel tempo infestava tutta la Sicilia, non esclusa la diocesi agrigentina.

Questo vizio, figlio dell'avida avarizia, era praticato in misura così vasta e profonda nell'Isola, che lo stesso Papa Eugenio IV, per estirparlo, nel 1435, aveva incaricato, con le più ampie facoltà, proprio Matteo d'Agrigento.

Quando il Clero apprese il programma del Vescovo di restaurare la disciplina ecclesiastica, di richiamare ognuno ai propri doveri religiosi e sacerdotali e di correggere la rilassatezza con l'osservanza dei sacri canoni, ebbe un senso di delusione, perché non si aspettava tanto rigore e severità.

Ma ciò che maggiormente suscitò un'aperta ribellione contro il Vescovo fu l'obbligo di dover rinunziare alle rendite, di cui sino allora avevano usufruito, e contentarsi di trattenere solo il necessario per la vita.

Questa disposizione della distribuzione dei beni della Chiesa ai poveri fu il movente di un odio crudele.

Su questo punto il Pastore, animato da zelo di giustizia sociale e cosciente della propria personale responsabilità, si era mostrato luminoso esempio di carità e di misericordia, avendo riservato per sè e la famiglia episcopale una scarsa mensa.

Aveva dispensato tutto il resto dei beni ai poveri, agli orfani, alle vedove, alle ragazze bisognose che andavano a nozze, perché per tutti egli era come padre. Per questo motivo nasce un odio violento e insidioso, con un piano che aveva del diabolico, come dimostreranno i fatti.

 

LE ACCUSE  (tona all'indice)

Gli storici, che in genere concordano per quanto riguarda l'odio del clero contro il Vescovo, non sono unanimi nel trattare i motivi particolari che lo suscitarono e lo alimentarono.

Mariano da Firenze, parlando di insidie tese contro il Vescovo, con discrezione veramente ammirevole, ma senza nuocere alla conoscenza delle cose, non allude alla loro natura, limitandosi a dire soltanto che "l'accusarono al Sommo Pontefice di delitto di eresia", senza specificare contro quali dommi della fede cattolica il Beato avesse mancato.

Secondo Marco da Lisbona le opere di misericordia compiute dal Vescovo furono i motivi dell'odio del clero, e, perciò, fu accusato come dissipatore dei beni della chiesa.

L'umanista Poggio Bracciolini, nel suo "Contra Hipocritas" composto nel 1449, cioè vivente ancora il Beato, lo accusa di ipocrita avarizia, di falsa povertà e allude al piccante episodio della presunta relazione carnale di fra Matteo con una ignota donna, così scrivendo: "Tempo dopo, quando fu chiamato alla Curia, lo si accusava di moltissime colpe orribili, dato che aveva gettato alle ortiche ogni ritegno".

L'accusa del Bracciolini è grave, ma gli altri storici, a lui vicini, dicono trattarsi solo di accusa generica e non particolareggiata.

Il cronologo P. Antonio da Randazzo, che ha raccolto la testimonianza dalla viva voce di fra Antonio da Nicosia, il quale aveva conosciuto religiosi vissuti al tempo del Beato, scrive che contro fra Matteo fecero una persecuzione con un processo infame e che lo accusarono di relazioni carnali con una donna.

Da notare che di tale capo d'accusa mentre non si trova cenno alcuno nè presso Mariano da Firenze, nè presso Marco da Lisbona, i due storici più antichi, ne fanno largo uso gli storici posteriori.

Per meglio illuminare questo punto così delicato per la verità delle cose, riferiamo anzitutto i testi del P. Antonio da Randazzo e del Tognoletto, quindi, cercheremo di appurare gli elementi validi per un giudizio oggettivo.

P. Antonio da Randazzo ha scritto: "...perché era solito il Vescovo la notte andare al mattutino con alcuni suoi preti in chiesa, gli fu fatto un tradimento con cambiargli le vesti, che teneva al capizzo, con una veste di donna. La notte andato in chiesa da tutti fu veduto con detta veste e testificarono, che il Vescovo teneva commercio di donne, e mandarono il processo a Roma al Papa, il quale mandò a chiamarlo".

Più dettagliata è la narrazione del Tognoletto, il quale riferisce genericamente che "alcuni" della città, senza specificare se laici o chierici, pentiti di averlo chiesto per Vescovo, mossi da invidia o da interesse "...cercavano in ogni modo e maniera di far sì, che fosse dalla sedia deposto. Finalmente mossi dall'inimico comune scrissero al Pontefice Eugenio IV, accusandolo di molti delitti inventati dalla loro perversa volontà, informandolo gravissimamente appresso la Santa e Apostolica Sede, e fra le molte cose una fu, che si godeva carnalmente una donna, e per dare qualche apparenza di verità a questa inventata e diabolica infamia, che fecero alcuni più degli altri astuti, sapendo che il Santo ogni notte andava al coro il primo degli altri al mattutino, coprendosi con certe vesti dal gran freddo, levò (quel che cura aveva nella sua camera) le solite vesti una notte, e li pose in luogo di quelle solite certa robba, o veste di donna, di colore bene conforme al solito, il Vescovo non avvedutosi dell'inganno, si vestì di quella femminile già posta da quello, entrò in chiesa, e sino al coro con detta vesta, il che veduto dal clero, fecero segno agli altri preti dicendo, che era la verità, che il Vescovo si godeva carnalmente una donna, poiché dicevano, certo per la fretta ha errato, e preso la veste di quella in cambio della sua. (Oh' gran bontà dell'Altissimo che tante miserie, e iniquità sopporta, ma il tutto acciò non lasci i suoi servi senza la Croce per raffinarli con le persecuzioni come oro al foco).

Scrissero questo, e molte altre cose diaboliche, e particolarmente come dissipatore degli beni Ecclesiastici, contro del Santo Vescovo al Pontefice. Per il che mandò a chiamarlo che si conferisse in Roma per difendersi la sua causa".

Le due soprarriferite relazioni danno luce, sia sulla natura delle "insidie", sia sulla falsità; sia lo scopo della calunniosa accusa.

Rocco Pirro (in Sicilia Sacra, 1638, lib. 3, pag. 8) non accenna alla "veste di donna", ma specifica che il Beato incorse nelle offese degli avversari, sia perché correggeva i costumi del clero e la vita licenziosa dei nobili, sia perché rinunziò a quasi tutti i suoi proventi a favore dei poveri, determinando che gli avversari erano "suoi canonici" e "molti altri", i quali lo accusarono al Papa "come dissipatore dei beni della Chiesa".

Anche il P. Filippo Cagliola o.f.m. (Manifestaziones...pag. 147) riporta la stessa accusa di "dissipatore dei beni", senza accenno ad altri delitti.

Il Waddingo (Annales.. t. XII, pag. 121, n. 104) enumera tre motivi per i quali, dal suo clero, che insistentemente cercava di riformare, fu accusato al Papa Eugenio IV di "profusa prodigalità dei beni ecclesiastici, di imperizia nel governare, di altri finti delitti innominati", può darsi che tra i finti delitti intendesse inclusa la calunnia dei rapporti con la donna.

Lo stesso Waddingo, in altro luogo della sua opera (t. V, n. XV) scrive che il Beato fu accusato al Papa "come dissipatore dei beni della chiesa", senza aggiungere altro capo d'accusa, ma specificando che "volendo riformare i costumi del clero incorse nell'odio e nell'invidia di molti".

Nella "Informatio" del Processo, (pag. 6, n. 11), sono elencati tre capi d'accusa, due specifici e uno globale: rapporti con una donna, triste dilapidazione dei beni ecclesiastici e altri falsi crimini variamente colorati.

Lo scopo di tutte queste accuse, promosse dai chierici scandalosi e ribelli, tendeva alla deposizione del Pastore dalla Sede Vescovile per liberarsi di un Capo che, secondo il loro errato modo di giudicare, era abietto e fastidioso oltre che ingrato per la liberalità con la quale lo avevano eletto, poiché li voleva privare dal diritto di godersi tranquillamente, come nel passato, i beni ecclesiastici.

 

DAL PAPA  (tona all'indice)

Quante volte il Vescovo fra Matteo è stato denunziato al Sommo Pontefice? Quanti processi ha subito: uno o due? Solo il sacerdote Don Francesco Trapanesi, testimone al Processo (Proc. f. 200 n. 2 pag. 49-50) afferma: "...egli ebbe a soffrire delle contraddizioni e delle accuse da alcuni malevoli, ai quali non piaceva il rigore della disciplina, e l'osservanza della divina legge, che dal Beato Vescovo a tutto potere si promuoveva, e dopo essere stato la prima volta dal Sommo Pontefice e dichiarato innocente, e restituito alla sua chiesa, ove accolse i suoi persecutori con ammirevole mansuetudine, tornarono essi ad ordirgli nuove calunnie, accusandolo come la prima volta avevano fatto, qual dissipatore dei beni della chiesa, senza ché esso beato avesse con la sua condotta dato alcun motivo a tali accuse, tramate per sola malignità dagli uomini perversi, e sebbene anche questa volta fosse stata conosciuta dal Sommo Pontefice la di lui innocenza egli non mostrò mai alcun disgusto, ma...". Questa testimonianza è l'unica a dire esplicitamente che il Beato fu deferito al Sommo Pontefice due volte, senza però riferire altre accuse che quella della disposizione dei beni ecclesiastici, nonostante che "tornarono ad ordirgli nuove calunnie".

Nessuno degli storici e dei testimoni parla di due processi intentati contro il Beato Vescovo davanti alla Sede Apostolica.

Invece, sia gli altri storici, sia molti testimoni insistono nell'illustrare gli atteggiamenti tenuti dagli avversari prima che il Vescovo si recò a Roma per difendersi e dopo che ritornò ad Agrigento.

Il processo, come lo stesso Don Francesco Trapanesi afferma, si concluse molto favorevolmente per il Vescovo, tanto che il Sommo Pontefice, compiaciuto per la sua innocenza, lo rimandò a continuare a reggere la Diocesi.

La presunzione dei due processi potrebbe suggerire, o, almeno, fare credere che il Beato abbia subito due volte le calunniose accuse e, quindi, anche due processi presso la S. Sede.

Invece, la realtà è che la persecuzione, dopo il processo, durante il quale il Papa riconobbe l'innocenza di fra Matteo, non cessò e i suoi avversari erano talmente ostinati nell'iniqua mira di sbarazzarsi del loro Pastore, da continuare a diffondere calunniose accuse.

Di fronte a tale ostinazione il Beato, come ha scritto fra Mariano da Firenze, "vedendo di non potere fare progressi, restando Vescovo, pensò di rendere al Signore un frutto maggiore vivendo disprezzato nella casa del Signore, che abitare con amore nelle tende dei peccatori".

Solo per questo motivo, quindi, e non perché di nuovo deferito al tribunale del Papa, per giustificarsi una seconda volta, decise di propria iniziativa e, dopo essersi consigliato, di non resistere agli oppositori del bene, di rinunziare al vescovato, presentando le sue dimissioni nelle mani del Sommo Pontefice.

Tale decisione, presa dopo maturo esame e saggio consiglio, non si giustifica se non si ammette che veramente il Vescovo ancora una volta fu gravemente offeso dai suoi avversari, i quali non rinunziarono alla calunniosa campagna, nonostante fossero stati condannati, implicitamente, da quella stessa sentenza che aveva fatto trionfare l'innocenza del Beato.

Fra Mariano non spende una sola parola circa la presunta denunzia. Il silenzio, in questo caso, non si spiega se non col fatto che realmente essa non ebbe mai luogo. Se così non fosse stato e Mariano fosse venuto a conoscenza della nuova denunzia, data la sua obiettività storica, certamente, non l'avrebbe taciuta.

Si ignora la data del processo al Vescovo, denunziato "per molti delitti". Gli storici, cominciando da fra Mariano, con unanime concordia, tramandano che Eugenio IV, riconosciutolo innocente, lo rimandò alla sua Agrigento a continuare il governo della Diocesi.

Inoltre gli stessi storici sono d'accordo nel descrivere l'umile e caritatevole atteggiamento del Vescovo verso i suoi ostinati avversari. Su di loro non cantò vittoria, ma con magnanimità di Pastore li trattò da padre misericordioso, li perdonò e li amò come figli e fratelli.

La sua condotta di Vescovo vigilante e premuroso, disposto a sacrificare la propria vita per la salvezza del suo gregge, rimase immutata anche dopo la riconosciuta innocenza. Continuò ad incoraggiare i buoni, ad ammonire e a richiamare gli erranti, a condannare vizi e scandali, ad esortare alla virtù, nella speranza di indurre a penitenza e conversione, per riunire tutti al Supremo Pastore delle anime.

Ciononostante, gli avversari risposero con insolente ingratitudine, continuando a calunniarlo, tirando fuori e divulgando le più abiette e false dicerie al punto che, come si esprime il P. Antonio da Randazzo, "crescendo la rabbia contro il Prelato, e lo poco frutto che faceva", il Pastore, vista l'impossibilità di potere giovare alle anime dei suoi fedeli e alla propria, decise di andare dal Papa e rimettere nelle stesse mani che gliel'avevano affidata la cura della Diocesi, per ritornare alla serena vita del chiostro.

 

 

Padre Ludovico Maria Mariani O. F. M..                                                                                                                                              (continua)

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